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La reazione di Meridionale Petroli, ombre e contraddizioni anche sull’Autorità Portuale

La reazione della società se da una parte smentisce la ricostruzione del sindaco dall'altro apre nuovi nuovi scenari a cominciare dal bando pubblico che presenta punti controversi

La smentita di Meridionale Petroli al sindaco di Vibo Valentia non è un semplice chiarimento tecnico. È un colpo durissimo che rischia di far crollare, in un solo passaggio, la narrazione politica costruita nelle ultime settimane attorno al futuro del porto di Vibo Marina. Perché se da Palazzo Luigi Razza era stato lasciato intendere che si fosse aperta una finestra temporale di quattro anni, utile a creare le condizioni per una futura delocalizzazione del deposito costiero, oggi l’azienda dice l’esatto contrario: rivendica il pronunciamento della Conferenza dei servizi e sostiene di avere in mano tutte le autorizzazioni necessarie per proseguire l’attività per altri vent’anni.

Se questa è la realtà amministrativa, allora il quadro cambia radicalmente. E cambia in peggio per Vibo Marina, per i residenti, per gli operatori economici e per quanti avevano immaginato un’altra prospettiva per il porto: più turismo, più commercio, più riqualificazione urbana, meno servitù industriali, meno inquinamento, più sicurezza. Un dato quest’ultimo che molto spesso viene dimenticato. A questo punto non siamo davanti a una fase di transizione, ma al rischio concreto di una cristallizzazione dello status quo, con buona pace di chi aveva creduto che il destino dell’area potesse davvero essere rimesso in discussione.

Il racconto ai cittadini

Il nodo politico, però, è ancora più grave. Perché non si tratta solo di capire chi abbia ragione tra Comune e società. Si tratta di capire chi ha raccontato cosa ai cittadini, su quali basi e con quale consapevolezza; ma soprattutto c’era un accordo di potere sulla spalle di cittadini, territorio e Comune?

A rendere il quadro ancora più inquietante è un dettaglio che in queste ore torna prepotentemente a galla e che nessuno dovrebbe fingere di aver dimenticato. Nel pieno della conferenza stampa convocata per spiegare gli esiti della Conferenza dei servizi, il segretario generale dell’Autorità di Sistema Portuale dei Mari Tirreno Meridionale e Ionio, Pasquale Faraone, intervenne con una telefonata in viva voce per smentire categoricamente che quanto deliberato potesse essere definito una concessione. Una presa di posizione netta, pubblica, inequivocabile che per certi aspetti spiazzò i consiglieri comunali presenti e persino i giornalisti per avere assistito a qualcosa di insolito. 

Oggi, invece, Meridionale Petroli fa esattamente l’opposto: rivendica quel responso, mette lo in riga Faraone, considera il presupposto della propria permanenza a nel Porto di Vibo Marina e sostiene di poter contare su un impianto autorizzativo che mette al riparo l’azienda per un orizzonte molto più lungo dei quattro anni evocati dal sindaco. E allora la domanda diventa inevitabile: che cosa è stato davvero deciso? E soprattutto: chi sta dicendo la verità ai vibonesi? Quali accordi? Le bugie hanno le bugie hanno le gambe corte…

Il grande convitato di pietra

In questa vicenda c’è un soggetto che continua a rimanere inspiegabilmente ai margini del dibattito pubblico, pur essendo uno degli attori decisivi: l’Autorità portuale di Gioia Tauro, titolare della governance dell’area demaniale e dunque snodo centrale di qualsiasi scelta sul destino del porto di Vibo Marina.

È qui che si apre uno dei retroscena più delicati e, al tempo stesso, più inquietanti. Perché mentre in città si alimenta una discussione politica spesso semplificata, a tratti persino propagandistica, il vero baricentro amministrativo della vicenda resta fuori dal confronto pubblico. Eppure è proprio lì che si annidano le risposte.

Se in conferenza stampa si è arrivati al punto di negare la natura concessoria di quanto deliberato, e se oggi la società afferma di avere invece un titolo pienamente spendibile per proseguire l’attività per molti anni, allora non siamo davanti a una divergenza interpretativa marginale. Siamo davanti a una contraddizione istituzionale enorme, che chiama direttamente in causa la trasparenza dei procedimenti e la chiarezza dei rapporti tra enti.

Il silenzio dell’Autorità portuale, in questa fase, pesa come un macigno. Perché lascia spazio a una sola impressione: che mentre l’amministrazione comunale di Vibo Valentia prova a vendere una prospettiva rassicurante, la macchina amministrativa reale continui a muoversi in tutt’altra direzione.

Vibo Marina davanti a una verità amara

La conseguenza più dura di tutta questa vicenda è che Vibo Marina rischia di dover fare i conti con una verità amara, forse scomoda, ma necessaria: la delocalizzazione, allo stato, appare tutt’altro reale. Anzi, appare sempre più lontana.

Per i cittadini che avevano sperato in una svolta, per i comitati, per gli imprenditori che guardavano al porto come a un’infrastruttura da ripensare in chiave turistica e commerciale, il messaggio che arriva è devastante. Se Meridionale Petroli resta dov’è, se difende il proprio insediamento, se rivendica titoli e autorizzazioni di lungo periodo, allora il progetto di cambiare davvero il volto di Vibo Marina subisce un colpo durissimo.

E questo significa anche un’altra cosa: i prossimi anni rischiano di essere anni difficili, segnati da tensioni, contenziosi, scontri istituzionali e disillusione sociale. Perché quando ai cittadini si alimentano aspettative non sostenute da atti chiari, la frustrazione è inevitabile. E quando la realtà amministrativa smentisce la narrazione politica, la fiducia si incrina.

Il bando sotto accusa: troppi punti poco chiari

Ma non è finita qui. Perché attorno al bando pubblico per l’assegnazione dell’area demaniale si addensano ulteriori ombre, che rendono il quadro ancora più controverso.

Sono diversi i passaggi percepiti come opachi o quantomeno discutibili, e che meritano un approfondimento rigoroso. Non solo sul piano politico, ma anche su quello strettamente amministrativo.

Il primo punto riguarda i tempi di pubblicazione, ritenuti da molti poco chiari e soprattutto eccessivamente brevi. In una procedura che incide su un’area strategica del porto e sul futuro di un intero territorio, la compressione dei tempi non è un dettaglio: può trasformarsi in un fattore selettivo di fatto, restringendo la possibilità di una partecipazione reale e consapevole.

Il secondo elemento riguarda i criteri di selezione, che appaiono non del tutto congrui rispetto alla delicatezza della materia. Se il procedimento deve garantire trasparenza, concorrenza e imparzialità, ogni parametro deve essere costruito in modo limpido e inattaccabile. Se invece i criteri risultano sbilanciati, generici o tali da favorire implicitamente una soluzione già scritta, allora il sospetto che il bando sia stato confezionato su un binario prestabilito diventa più che legittimo.

C’è poi il tema, tutt’altro che secondario, della mancata autorizzazione del Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Se davvero questo passaggio non è stato acquisito o chiarito nei termini dovuti, si apre una falla procedurale enorme. Perché quando si parla di depositi costieri, attività industriali e infrastrutture strategiche, il livello autorizzativo non può essere trattato come una formalità accessoria.

Ma il punto forse più esplosivo è un altro: non sarebbe stata consentita la presentazione di domande concorrenti per finalità diverse dal deposito costiero. Se così fosse, ci troveremmo di fronte a una limitazione sostanziale della concorrenza e, soprattutto, della possibilità di immaginare per quell’area una destinazione alternativa. In altre parole: non solo si discute del futuro del porto, ma si costruisce una procedura che rischia di escludere in partenza proprio quelle opzioni diverse – turistiche, commerciali, integrate – che una parte della città reclama da anni.

E qui si tocca il cuore politico della questione. Perché se un bando nasce in modo tale da rendere quasi impraticabile qualsiasi proposta diversa dalla permanenza del deposito costiero, allora non siamo davanti a una procedura neutra. Siamo davanti a un meccanismo che finisce per blindare il presente.

Il punto che nessuno vuole dire ad alta voce

La sensazione sempre più forte è che a Vibo Marina si stia consumando uno schema già visto: da un lato una comunicazione politica rassicurante, utile a placare il malcontento; dall’altro atti, pareri e procedure che continuano a consolidare la presenza di Meridionale Petroli. È questo il punto che nessuno, finora, ha avuto il coraggio di dire fino in fondo.

Se davvero la società dispone di un quadro autorizzativo robusto e di lungo respiro, se il bando presenta profili controversi, se l’Autorità portuale non chiarisce pubblicamente ogni passaggio e se il Comune continua a parlare di una finestra temporanea che oggi appare clamorosamente smentita, allora il rischio è uno solo: che la città sia tenuta in una zona grigia, dove si alimentano speranze politiche mentre si consolidano decisioni amministrative di segno opposto. E in una zona grigia, alla fine, a perdere sono sempre i cittadini.

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