La vicenda di Meridionale Petroli non è una disputa tecnica. È una storia che intreccia sicurezza pubblica, ambiente, turismo e uso del denaro dello Stato, e che oggi torna a esplodere perché la concessione demaniale dello stabilimento nel porto di Vibo Marina è scaduta e l’azienda ha chiesto il rinnovo per altri vent’anni. Se quel rinnovo fosse concesso, significherebbe blindare per una generazione un impianto industriale nel cuore del porto, impedendo qualunque vera riprogrammazione del litorale e trasformando in norma ciò che doveva essere un’eccezione.
La pressione della sicurezza
Con l’attuazione del Piano di Emergenza Esterno previsto dalla normativa Seveso III, la presenza dei depositi di carburante impone oggi vincoli pesantissimi: limitazioni alla viabilità, possibili chiusure del lungomare Amerigo Vespucci, restrizioni sull’accesso alle spiagge più frequentate. Il risultato è paradossale: per proteggere un impianto industriale, si rischia di sacrificare un’intera economia turistica, fatta di stabilimenti balneari, ristoranti, piccole imprese e migliaia di presenze estive.

Il Piano spiaggia 2005
Questa situazione non è frutto del caso. Nel 2005, quando scadde una precedente concessione, la soluzione era stata trovata: Meridionale Petroli doveva trasferirsi a Gioia Tauro. Lo Stato finanziò il nuovo impianto con oltre dieci milioni di euro della legge 488. La città di Vibo Marina venne pianificata come se quella chiusura fosse certa. E qui entra in gioco il Piano Spiaggia del 2005. Quel piano, approvato dalla gestione commissariale della Prefettura, guidata da Maria Elena Stasi, non era un progetto balneare qualunque. Era un atto di pianificazione urbana fondato su una decisione strategica: l’uscita dei depositi di carburante dal porto. Per questo: il lungomare Amerigo Vespucci veniva pensato come asse turistico continuo, le spiagge venivano organizzate come spazio pubblico stabile, e soprattutto venivano previsti parcheggi pubblici e servizi dentro l’area allora occupata da Meridionale Petroli.

Questo è il punto chiave
I parcheggi disegnati dentro lo stabilimento non erano una forzatura grafica: erano la prova concreta che quell’area era già stata restituita, sulla carta, alla città. Lì dove oggi ci sono cisterne e recinzioni, il piano prevedeva spazi di sosta per bagnanti e turisti. Significa una cosa sola: lo stabilimento era considerato provvisorio, destinato a sparire. Oggi si propone l’opposto: chiudere la strada e comprimere la spiaggia per far restare le cisterne. È il mondo capovolto.
Lo sperpero che pesa ancora
Il trasferimento a Gioia Tauro fallì perché l’impianto non superò i collaudi per problemi strutturali legati alle norme sismiche. La società entrò in crisi, cambiò proprietà, i soldi pubblici finirono in un impianto inutilizzabile. Nessuna bonifica, nessuna chiusura a Vibo Marina, nessuna restituzione dell’area alla città. Il risultato è una doppia ferita: a Gioia Tauro un impianto fantasma da smantellare, a Vibo Marina un deposito che non doveva più esserci.
Il presente che ripete il passato
Oggi Meridionale Petroli dice di essere pronta a delocalizzare, ma pone condizioni, tempi, autorizzazioni. Esattamente come nel 2005. La differenza è che oggi Vibo Marina ha un’economia turistica reale, un litorale vivo, investimenti privati che rischiano di essere soffocati da una pianificazione della sicurezza pensata per proteggere un’industria che non doveva più essere lì. Il Piano Spiaggia, che aspetta di essere migliorato e aggiornato, ieri come oggi, dice una cosa chiara: quel tratto di porto è destinato alla città, non al petrolio. Continuare a rinnovare la concessione significa smentire vent’anni di atti pubblici, piani, decisioni e soldi spesi. Significa chiedere a Vibo Marina di pagare ancora una volta per errori che non ha commesso.



