Era venerdì pomeriggio (23 gennaio), una giornata di lavoro intensa come tante nel servizio di emergenza. Poco prima delle 18, dalla centrale operativa arriva una missione: codice stroke, consulenza neurologica dal Pronto soccorso di Tropea verso l’ospedale di Vibo Valentia. Un codice delicato, con tempi rigidissimi: sei ore dall’insorgenza dei sintomi. Superata quella soglia, i protocolli non consentono trattamenti risolutivi. È proprio qui che nasce l’inghippo.
La valutazione clinica e la scelta
All’ospedale di Tropea, in Pronto soccorso, la dottoressa visita la paziente. È afasica, non parla. A rispondere è la nuora, con chiarezza e correttezza: i sintomi sono iniziati la sera precedente, intorno alle 23. L’ambulanza era stata chiamata solo la mattina successiva. La Tac, effettuata alle 9, è negativa. Anche un neurologo, contattato privatamente dalla famiglia, aveva confermato: fuori tempo massimo per qualsiasi trattamento. “Non è un codice stroke – spiega Piperno – ma un codice che richiede consulenza, non un’ambulanza medicalizzata”. La decisione è netta e condivisa con la centrale operativa: attivare un mezzo non medicalizzato e restare a servizio del territorio, dove le ambulanze con medico a bordo sono poche e preziose.
Il territorio prima di tutto
Dieci minuti dopo, la dottoressa viene inviata a Nicotera: un paziente in shock, un’emergenza reale. L’intervento è tempestivo, il paziente viene stabilizzato e trasportato in ospedale in condizioni migliori. È durante il rientro che accade l’impensabile.
Ha detto che mi avrebbe ammazzata
Sul cellulare personale arriva una chiamata. Dall’altra parte un uomo che la dottoressa conosce, un dipendente dell’ospedale. Le urla, gli insulti, poi le minacce di morte: “Ti ammazzo, ti trovo ovunque, ti sto aspettando”. Una telefonata di oltre un minuto. Abbastanza per scatenare il panico. “Quando sono rientrata in postazione avevo paura anche a scendere dall’ambulanza. Non sapevo dov’era, non sapevo cosa potesse fare”. Poco dopo, l’uomo arriva davvero. Tenta di aggredirla, viene fermato a fatica dai colleghi. La scena è violenta, concitata, sconvolgente.
Lo choc e le conseguenze
Sette giorni di prognosi. Pressione alle stelle, notti insonni. Ma il danno più grande è un altro. Alessia Piperno non è dirigente, non ha tutele strutturate: lavora come medico convenzionato, in libera professione. Se non sale sull’ambulanza, non lavora. E non lavora se ha paura. “Mi ha tolto la serenità, il futuro, la possibilità di fare il mio lavoro. Io ho solo questo”.
La solidarietà e il silenzio
La vicinanza dei colleghi e dei commissari c’è stata, telefonate, parole di conforto da parte di tutti. Ma resta l’amarezza. L’uomo che ha minacciato una dottoressa in servizio non risulta sospeso, né licenziato. E resta una domanda senza risposta: cosa è stato detto ai familiari per arrivare a una reazione così sproporzionata? Interrogativo a cui qualcuno dovrà pure dare una risposta.
“Voglio solo tornare sulla mia ambulanza”
Non chiede vendette, né clamore. Non rivendica eroismi. “Io voglio solo tornare a lavorare sull’ambulanza del 118. È il mio lavoro, la mia vita. Basta questo”. In un sistema sanitario sempre più fragile, il racconto di Alessia Piperno non è solo una cronaca di violenza: è il ritratto di chi continua a scegliere il dovere, anche quando il prezzo è la paura.
Vile aggressione alla dottoressa Piperno, il Nursing Up: episodio intollerabile
Aggressione alla dottoressa Piperno, Giordano: sintomo di nervi scoperti in un settore in crisi
Aggressione alla dottoressa Piperno, Romeo: atto inaccettabile
Tropea, medico del 118 aggredita al Pronto soccorso: provvidenziale l’intervento dei colleghi


