Nel silenzio della politica nazionale, nei musei e nei siti archeologici della Calabria si consuma una delle più gravi crisi del personale pubblico degli ultimi anni. Una vicenda che intreccia precariato, concorsi, sanatorie, scontri interni e rischi di chiusura dei presìdi culturali, mettendo uno contro l’altro lavoratori che, in realtà, tengono in piedi lo stesso sistema. Da una parte ci sono i dipendenti di ruolo del Ministero della Cultura, che con una lettera durissima hanno denunciato quella che definiscono una “sanatoria elettorale”: l’ingresso negli uffici di centinaia di ex tirocinanti regionali attraverso percorsi che giudicano non selettivi e politicamente condizionati. Dall’altra ci sono proprio quegli ex tirocinanti, oggi assunti con contratti a tempo determinato, che raccontano una storia molto diversa: anni di lavoro sottopagato, senza diritti, e ora il rischio di essere mandati a casa mentre i musei restano senza personale.
Come nasce il bacino dei precari
Come nasce il bacino dei precari
La vicenda inizia nel 2016 con una manifestazione di interesse regionale rivolta a disoccupati e lavoratori in mobilità. Nel 2018, circa 600 persone iniziano un tirocinio negli uffici statali, tra cui il Ministero della Cultura. L’indennità è di 500 euro al mese, senza contratto di lavoro. Nel 2022 il Ministero bandisce un concorso riservato a chi aveva maturato almeno 24 mesi di tirocinio. A superarlo, per il solo MiC, sono 417 persone, che entrano in servizio nel 2023 con un contratto a tempo determinato part-time di 18 mesi. Una successiva legge di bilancio ha consentito un rinnovo fino a febbraio 2026 per 271 unità. È questo il personale che oggi consente a musei, parchi archeologici e siti culturali calabresi di restare aperti.
La denuncia dei dipendenti di ruolo
Il Comitato Spontaneo dei Dipendenti del MiC – Coordinamento Calabria ha però lanciato un attacco frontale: secondo loro, quelle selezioni sarebbero state una “farsa”, con percentuali di idonei oltre l’80%, mentre i concorsi nazionali hanno avuto percentuali di successo intorno al 2%. La loro accusa è netta: il Ministero della Cultura in Calabria sarebbe stato trasformato in un ammortizzatore sociale e in un bacino elettorale, violando i principi di merito e uguaglianza nell’accesso alla pubblica amministrazione.
La replica: sfruttati, non favoriti
Ma i lavoratori precari dei musei raccontano una realtà opposta. Uno degli assunti a tempo determinato tra Vibo Valentia, Mileto e Reggio Calabria, parla senza filtri: “Quando eravamo tirocinanti prendevamo 500 euro al mese svolgendo lo stesso lavoro dei dipendenti di ruolo. Non avevamo ferie, permessi, né malattia: se ti ammalavi non venivi pagato. Lavoravamo anche domeniche e festivi senza maggiorazioni. A loro quella situazione non dispiaceva, perché potevano andare in ferie in alta stagione mentre noi coprivamo i turni”. Poi arriva il concorso Formez, superato regolarmente, e l’assunzione come dipendenti a tempo determinato. Ed è lì che scatta la frattura: “Alcuni funzionari ci dicono apertamente che sono contenti se non ci rinnovano, perché loro hanno fatto un concorso ‘più importante’ e noi uno ‘minore’. Hanno paura che tra dieci anni uno di noi possa diventare anche direttore. Ma noi abbiamo fatto più gavetta di loro: due anni a 500 euro senza contratto e poi un concorso superato. Ora chiediamo solo la proroga o la stabilizzazione”.
Il vero nodo: i musei senza personale
Nel frattempo i direttori dei musei hanno scritto al Ministero segnalando una realtà che nessuno smentisce: senza i precari, molti siti non possono aprire. I pensionamenti hanno svuotato gli organici e il personale a tempo indeterminato non basta a garantire orari, vigilanza e servizi. Se i contratti non verranno prorogati o trasformati, dalla primavera molti musei calabresi rischiano la chiusura.
Scontro che conviene solo alla politica
Due lettere, due verità che si scontrano, ma una certezza: lo Stato ha creato un esercito di lavoratori-ponte, usati prima come tirocinanti sottopagati e poi come precari indispensabili, lasciandoli ora in balia di una guerra interna. E mentre dipendenti di ruolo ed ex tirocinanti si accusano a vicenda, la politica – quella che ha costruito questo sistema – resta sullo sfondo. Intanto, nei musei della Calabria, a pagare il prezzo sono sempre gli stessi: chi lavora e chi dovrebbe poter fruire della cultura come bene pubblico.


