Non è mancata la chiarezza, né tantomeno il confronto franco, al convegno dedicato al futuro degli oli Dop e Igp che si è svolto oggi (venerdì 30 gennaio) all’Arena Evolio del Nuovo Padiglione della Fiera del Levante di Bari, nell’ambito di Evolio Expo 2026. Al centro del dibattito, promosso da Aifo – Associazione Italiana Frantoiani Oleari in collaborazione con Italia Olivicola, una domanda tanto semplice quanto scomoda: chi produce davvero l’olio a denominazione e perché, nonostante le potenzialità, i volumi certificati restano marginali?
Dialogo tra istituzioni e mondo produttivo
A guidare il confronto è stato Giuseppe L’Abbate, che ha favorito un dialogo diretto tra istituzioni, mondo produttivo, rappresentanze di filiera e ambito accademico, evitando letture di comodo e posizioni preconfezionate.
A dare il via ai lavori è stato Alberto Amoroso, presidente di Aifo, che ha subito messo a fuoco il paradosso di fondo. Tutti gli attori della filiera invocano maggiore tracciabilità, tutela del 100% italiano, difesa dall’italian sounding, riconoscibilità sui mercati e una remunerazione più equa. Esattamente gli obiettivi per cui Dop e Igp sono nate. Eppure, i numeri raccontano una storia diversa: le quantità di olio certificato restano ferme a percentuali minime rispetto al totale prodotto e commercializzato.
La questione non è solo produttiva
Sul tema è intervenuto il Sottosegretario al Masaf Patrizio La Pietra, che ha richiamato la necessità di uno sforzo condiviso per aumentare i volumi di Dop e Igp, spostando però l’attenzione anche sul mercato. Non basta produrre qualità certificata se il consumatore non riesce a riconoscerla. Da qui l’ipotesi di una maggiore segmentazione e di strumenti di comunicazione più incisivi, capaci di rendere immediatamente percepibile il valore aggiunto delle denominazioni.
Un passaggio ripreso anche da Vito Ligorio, intervenuto per Cna AgroAlimentare, che ha sottolineato il ruolo strategico delle imprese artigiane della trasformazione e la necessità di coinvolgere pienamente i frantoi nei percorsi di valorizzazione delle produzioni certificate, superando una visione ancora troppo agricolo-centrica.
Rappresentanza e qualità: il ruolo del frantoio
Il nodo della rappresentanza è stato affrontato in modo esplicito dal professor Bernardo De Gennaro dell’Università degli Studi di Bari. Il suo intervento ha aperto una riflessione sulle regole che governano i consorzi di tutela, evidenziando come la componente della trasformazione continui ad avere un peso marginale nei processi decisionali. Un limite strutturale, se si considera che la qualità certificata dell’olio nasce in larga parte nel frantoio, attraverso competenze tecniche, scelte operative e investimenti che incidono direttamente sul prodotto finale.
Sulla stessa linea Pasquale Costantino, per Italia Olivicola, che ha ribadito l’importanza di rafforzare l’integrazione tra produzione agricola, trasformazione e sistemi di qualità, affinché Dop e Igp non restino marchi formali ma diventino veri strumenti di crescita economica.
Una filiera che deve imparare a fare sistema
Il confronto si è arricchito con il contributo di Dora De Santis, presidente della Filiera Olivicola Olearia Italiana (Fooi), che ha richiamato la necessità di una visione più coesa e di regole capaci di accompagnare il prodotto certificato lungo tutto il percorso, dal campo al mercato, senza fratture tra i diversi segmenti della filiera.
Dal punto di vista dei consorzi di tutela, Maria Francesca Di Martino, presidente del Consorzio Igp Olio di Puglia, ha ribadito il valore identitario delle denominazioni, legate ai territori e alle loro specificità, ma ha anche riconosciuto l’urgenza di rafforzarne l’efficacia commerciale e la percezione di valore presso i consumatori finali.
Il paradosso delle denominazioni
A chiudere i lavori è stato ancora Alberto Amoroso, che ha riportato il dibattito al punto di partenza, senza edulcorare la questione. Se dopo decenni i volumi di olio Dop e Igp restano inchiodati a una quota minima, è legittimo interrogarsi sulle cause: culturali, normative o entrambe. Lo strumento esiste ed è potente, ma non viene utilizzato a pieno regime. E se la qualità prende forma nel frantoio, è da lì che deve partire una riflessione seria e non più rinviabile sul futuro delle denominazioni.
Il convegno di Bari ha confermato che la crescita delle Dop e Igp dell’olio extravergine non è una questione tecnica, ma una sfida di sistema. Una sfida che chiama in causa equilibri di potere, modelli di governance e capacità di fare filiera, se si vuole davvero trasformare la qualità certificata in valore economico diffuso.


