Omicidio Lopreiato, il delitto rimane impunito. I tre imputati assolti dalla Corte d’Assise d’Appello

L'agguato mortale sedici anni fa alla periferia di Stefanaconi. Il pentito Mantella ha addossato la responsabilità di quell'esecuzione al clan Bonavota di Sant'Onofrio

Un caso avvolto nel mistero. Uno di quelli attorno ai quali la Distrettuale non è ancora riuscita a fare piena luce nonostante le dichiarazioni del pentito Andrea Mantella che addossava la responsabilità al clan Bonavota di Sant’Onofrio. Un caso irrisolto, impunito e ancora senza alcun colpevole l’omicidio di Antonino Lopreiato, alias “Ninu i murizzu”, ucciso a Stefanaconi la sera dell’8 aprile del 2008. Erano finiti a processo Emilio Antonio Bartolotta, 42 anni, la moglie Annunziata Foti, 43 anni, e Francesco Calafati, 45 anni, tutti di Stefanaconi. Ora la Corte d’Assise d’Appello ha ribadito la loro innocenza confermando la sentenza di assoluzione emessa in primo grado nell’ottobre del 2020.

Il castello accusatorio costruito dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro non ha retto al vaglio della Corte presieduta dal giudice Gabriella Reillo (consigliere relatore Domenico Commodaro) e i tre imputati sono stati assolti per non aver commesso il fatto. Pienamente accolte quindi le argomentazioni difensive degli avvocati Salvatore Staiano per Bartolotta, Vincenzo Maiolo e Staiano per Foti e Sergio Rotundo per Calafati. Nei loro confronti il sostituto procuratore generale Luigi Maffia aveva chiesto l’ergastolo.

L’omicidio di Lopreiato, secondo quanto emerso dall’operazione “Amarcord”, sarebbe maturato nell’ambito di uno scontro fra il clan Lopreiato-Patania (la vecchia “società maggiore” di Stefanaconi) e un nuovo gruppo criminale, vicino ai Bonavota di Sant’Onofrio, nato nel 2007 a Stefanaconi attorno alle figure di Emilio Bartolotta e Francesco Calafati. Secondo l’accusa, la vittima era ritenuta da Bartolotta e Calafati fra gli autori della scomparsa per “lupara bianca” (14 dicembre 2007) del 31enne Salvatore Foti e si sarebbe inoltre attivata per ritrovare il cadavere di Michele Penna, pure lui inghiottito dalla “lupara bianca” in quanto intenzionato a formare un autonomo clan. Inizialmente tra gli esecutori materiali erano stati indicati anche Francesco Scrugli, il killer dei Piscopisani, ucciso a Vibo Marina nel 2012 nell’ambito della faida con i Patania di Stefanaconi, e Rosario Battaglia, esponente di spicco del clan di Piscopio. Accuse quelle della collaboratrice di giustizia Loredana Patania (anche lei imputata e assolta in questo processo) che non hanno retto ai successivi approfondimenti investigativi. Scrugli il giorno dell’omicidio si trovava in carcere mentre Battaglia è stato scagionato successivamente dalle dichiarazioni fornite da un altro pentito, l’ex azionista dei Piscopisani, Raffaele Moscato. (Nelle foto in alto: il luogo dell’agguato, la vittima Antonino Lopreiato e il pentito Raffaele Moscato).

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