Ora la sanità vibonese finisce sotto inchiesta: il fronte si sposta dalle parole ai fascicoli

Non è più una battaglia di denunce pubbliche o di scontro istituzionale. Comitati, associazioni e singoli cittadini chiedono alla magistratura di accertare fatti, responsabilità e nomi

La sanità esce definitivamente dal recinto del confronto politico. Non è più tempo di rivendicazioni, né di accuse generiche rivolte alla classe dirigente. Il terreno di gioco è cambiato. Oggi la richiesta che sale dal territorio è un’altra, più netta e più pesante: l’accertamento di eventuali responsabilità e l’individuazione di chi ha sbagliato. Non si chiede più che i servizi vengano semplicemente ripristinati. Si chiede che qualcuno risponda di ciò che non ha funzionato.

È questo il passaggio che segna una linea di confine: dalla protesta alla giustizia. Le denunce si moltiplicano. Associazioni e comitati, Osservatorio Civico Città Attiva in prima linea, non arretrano e scelgono una strada diversa, più formale e più vincolante. La tutela della salute e dei diritti, sostengono, non può più essere affidata al dibattito pubblico o alle promesse. Ora la palla passa alle Procure.

Dalle lamentele agli atti giudiziari

Per anni le criticità sono state segnalate ai vertici dell’Asp con lettere, diffide, solleciti e accessi civici. Le comunicazioni hanno raggiunto anche Prefettura, Questura e Procura. Ma di fronte al ripetersi dei disservizi, il livello dell’azione è cambiato. Non si tratta più di chiedere spiegazioni alla politica o di invocare interventi correttivi. Si chiede alla magistratura di verificare se dietro le interruzioni, le omissioni e i ritardi vi siano violazioni di legge, responsabilità amministrative o penali, e chi ne debba rispondere.

Autismo, nel mirino la gestione dei Lea

L’ultimo atto in ordine di tempo segna uno spartiacque. L’associazione Io Autentico ODV ha depositato due esposti articolati presso la Procura della Repubblica di Vibo Valentia e la Procura regionale della Corte dei conti per la Calabria. Al centro degli esposti vi è la gestione dei Servizi di Prestazioni Terapeutiche per l’Autismo, servizi riconosciuti come Livelli Essenziali di Assistenza dal DPCM del 12 gennaio 2017. Non una denuncia generica, ma una contestazione puntuale su presunte irregolarità che, secondo quanto segnalato, inciderebbero direttamente sui diritti clinici dei minori e sulla correttezza dell’azione amministrativa.

Un quadro che non può più essere archiviato

L’esposto sull’autismo si innesta in una lunga serie di segnalazioni e denunce relative a interruzioni di servizi ritenuti essenziali: sospensione dei laboratori analisi nel periodo estivo; interruzione degli interventi di urologia e proctologia; stop ai ricoveri nel reparto di psichiatria; omissioni di atti d’ufficio per la mancata attivazione di agende dedicate a pazienti oncologici e affetti da malattie neurodegenerative; interruzione dell’attività ambulatoriale di neurologia; sospensione del servizio di reperibilità notturna di ortopedia per quindici giorni nel mese di dicembre; ripetute interruzioni del servizio di fisioterapia nel reparto di ortopedia.
Un elenco che, nella sua sequenza, smette di apparire come una somma di episodi isolati e assume il peso di un quadro strutturale.

Il caso Drapia e l’accusa sui Lea

A rafforzare questo scenario si aggiunge la denuncia presentata da familiari e assistenti di pazienti del Don Mottola Medical Center di Drapia. Anche in questo caso la contestazione è chiara e circostanziata: il mancato rispetto dei Livelli Essenziali di Assistenza. Un ulteriore elemento che sposta il baricentro dal piano politico a quello giudiziario. Il segnale che emerge è inequivocabile. Non si chiede più alla politica di intervenire. Si chiede alla magistratura di accertare i fatti, verificare le responsabilità e individuare i responsabili. Perché, sostengono associazioni e familiari, quando il diritto alla salute viene compromesso, non bastano più le spiegazioni. Servono risposte formali, atti giudiziari e, se necessario, conseguenze.

 

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