Se l’Italia deve discutere di questo, allora i problemi sono davvero tanti. E non riguardano solo il tema, controverso e divisivo, della cosiddetta “remigrazione”, ma il modo in cui il confronto politico viene ormai consumato dentro le istituzioni.
La giornata dello scontro a Montecitorio
Alla Camera dei Deputati, una conferenza stampa regolarmente autorizzata, promossa dal deputato della Lega Domenico Furgiuele, viene di fatto bloccata dall’occupazione della sala stampa da parte di parlamentari di Pd, M5S e Avs. L’iniziativa prevedeva la presentazione di una proposta di legge di iniziativa popolare sulla remigrazione, con la presenza di esponenti di movimenti dell’area dell’estrema destra. Le opposizioni parlano di un’azione necessaria per “impedire l’ingresso di nazisti nel palazzo”. La Presidenza della Camera, per ragioni di ordine pubblico, decide di annullare tutte le conferenze stampa della giornata. Un atto formale che chiude la vicenda sul piano logistico, ma che apre uno scontro politico destinato a durare.
Antifascismo contro censura: il Parlamento come ring
Fuori e dentro la sala stampa, il confronto degenera rapidamente. Da un lato l’antifascismo rivendicato come argine democratico, dall’altro l’accusa di censura e di violazione della libertà di espressione. I promotori dell’iniziativa parlano di “atto mafioso”, intonano l’inno nazionale, alzano ulteriormente i toni. Il risultato è un Parlamento trasformato in un ring simbolico, dove il merito delle questioni scompare e restano solo le bandiere ideologiche. Uno spettacolo che dice molto dello stato del dibattito pubblico e poco della capacità della politica di affrontare i problemi reali.
La Lega fa quadrato, visibilità nazionale garantita
Politicamente, Furgiuele ottiene ciò che spesso conta più di tutto: l’attenzione mediatica nazionale. Il suo nome rimbalza sui giornali e sui siti d’informazione, la Lega lo difende compatta, accusando la sinistra di ipocrisia e di ostruzionismo antidemocratico. Dalle dichiarazioni dei dirigenti locali emergono i temi classici del partito: sicurezza, immigrazione irregolare, remigrazione “giusta”, difesa delle forze dell’ordine, libertà di parola. Un racconto che parla al proprio elettorato e che rafforza la polarizzazione.
Il grande assente: il dibattito in Calabria
C’è però un dato che colpisce più di tutti: il silenzio della Calabria. Una vicenda che coinvolge direttamente un parlamentare calabrese, eletto sul territorio, capace di accendere un caso politico a Roma, non genera quasi alcun dibattito pubblico regionale. Nessuna riflessione approfondita, nessuna presa di posizione chiara, nessun confronto sul senso e sulle priorità di iniziative di questo tipo. Come se tutto ciò appartenesse a un altro livello, lontano, scollegato dai problemi quotidiani di Lamezia Terme e della regione.
Visibilità contro rappresentanza
Ed è qui che nasce la perplessità più forte. Perché se un deputato riesce a porsi al centro dell’attenzione dei media nazionali con iniziative ad alto tasso ideologico, ma non riesce a stimolare un confronto politico concreto sulla propria terra – lavoro, sanità, infrastrutture, spopolamento, legalità sociale – allora il problema va oltre lo scontro di Montecitorio. Non è solo una questione di destra o sinistra, di antifascismo o censura. È il segno di una politica che preferisce il conflitto simbolico alla fatica delle soluzioni. Se l’Italia discute di questo, forse è anche perché troppe questioni reali restano senza voce. E in Calabria, ancora una volta, mentre a Roma si alza il volume, qui resta il silenzio.
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