Sanità calabrese al collasso, Occhiuto cerca nuove strade: dagli accordi con l’Emilia a quelli con la Lombardia

Il governatore ammette la crisi del sistema sanitario regionale e rilancia la necessità di riforme profonde: "Non bastano più soldi, servono cambiamenti strutturali"

La Calabria prova a salvarsi mentre il suo sistema sanitario continua a sprofondare. Roberto Occhiuto lo dice ormai apertamente, senza più giri di parole: la sanità regionale non regge. Ospedali in affanno, personale insufficiente, liste d’attesa interminabili, cittadini costretti a curarsi fuori regione. Una crisi che non nasce oggi e che affonda le radici in decenni di commissariamenti, sprechi, errori politici e incapacità amministrative. Per questo il presidente della Regione continua a cercare soluzioni alternative, tentando di costruire collaborazioni con le realtà sanitarie considerate più efficienti del Paese. Prima gli accordi con l’Emilia-Romagna, oggi quelli con la Lombardia. Non una scelta ideologica, ma la presa d’atto di una situazione ormai fuori controllo.

Durante l’incontro “Curare il futuro. AI, robotica e telemedicina a servizio della persona”, ospitato nella Cittadella regionale, Occhiuto ha tracciato un quadro durissimo della sanità italiana e, soprattutto, di quella calabrese. Parole che hanno il peso di una confessione politica: la sanità è al limite e il rischio è che il peggio debba ancora arrivare.

Un sistema che non riesce più a garantire il diritto alla cura

La Calabria continua a perdere pezzi. Migliaia di cittadini ogni anno lasciano la regione per sottoporsi a visite, interventi e cure specialistiche. La mobilità sanitaria passiva pesa enormemente sui conti pubblici e certifica, più di qualsiasi relazione tecnica, la sfiducia crescente dei calabresi verso il proprio sistema sanitario. Occhiuto non prova neppure a nascondere la gravità del momento. “Non esistono isole felici nella sanità italiana”, ha dichiarato, sottolineando come il problema non riguardi più soltanto il Sud ma l’intero Paese. Una riflessione che però, in Calabria, assume contorni drammatici. Perché qui l’emergenza è diventata normalità. E gli accordi con le regioni del Nord rappresentano la dimostrazione plastica di un sistema che, da solo, non riesce più a rialzarsi.

Gli accordi con il Nord e la resa implicita dello Stato

Le intese con Emilia-Romagna e Lombardia vengono presentate come opportunità di collaborazione, trasferimento di competenze e supporto organizzativo. Ma dietro questi protocolli si nasconde anche una verità politica difficile da ignorare: la Calabria ha bisogno di aiuto esterno per tentare di rimettere in piedi la propria sanità. È la certificazione di un fallimento che parte da lontano. Governi nazionali, classi dirigenti regionali, commissariamenti infiniti: tutti hanno contribuito a costruire il disastro attuale. Oggi Occhiuto prova a cambiare metodo, puntando su innovazione, telemedicina, intelligenza artificiale e partnership con modelli sanitari più avanzati. Ma il rischio è che si intervenga quando il sistema è già vicino al punto di rottura. E la sensazione diffusa è che la Calabria stia combattendo una battaglia enorme con strumenti ancora troppo fragili.

“La sanità va legata al Pil”: la sfida lanciata da Occhiuto

Nel suo intervento, il governatore ha anche allargato il ragionamento al piano nazionale, criticando l’assenza di vere riforme strutturali. “Abbiamo accettato da Trump di legare la spesa per la Difesa al Pil. Non vedo perché non dovremmo scegliere di legare la spesa per la Sanità al Pil”, ha affermato. Una provocazione politica forte, che punta a riaprire il dibattito sulle priorità dello Stato. Per Occhiuto non basta aumentare qualche fondo o intervenire in emergenza: serve una revisione profonda dell’intero modello sanitario italiano. E ci sarebbe da applaudire se al governo ci fosse qualcun’altro… La verità, però, è che mentre si discute di riforme e strategie, la Calabria continua a vivere la sua emergenza quotidiana. Reparti che chiudono, territori scoperti, medici che mancano, cittadini che rinunciano a curarsi o che partono verso altre regioni nella speranza di ricevere assistenza dignitosa.

Ed è proprio questo il punto più inquietante: la sensazione che il baratro sia stato finalmente riconosciuto, ma che nessuno possa ancora dire dove finisca davvero.

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