Non basta più la narrazione accattivante sul rilancio dei borghi o la retorica contro lo spopolamento se, nei fatti, i servizi essenziali vengono smantellati. Come evidenziato in un articolo della Gazzetta del Sud, il dibattito politico torna a scaldarsi attorno al destino degli ospedali di montagna – Acri, San Giovanni in Fiore, Soveria Mannelli e Serra San Bruno – proprio mentre si avvicina l’appuntamento elettorale della prossima primavera.
Un bacino di 100 mila persone dimenticato
La questione non riguarda solo i singoli nosocomi, ma la sopravvivenza di oltre 100.000 cittadini che vivono in comprensori già pesantemente penalizzati dal punto di vista infrastrutturale e sociale. La Gazzetta del Sud ricorda un dato emblematico: le aree interne rappresentano il 78% dei comuni calabresi e ospitano il 58% degli abitanti della regione. Eppure, questi territori continuano a essere trattati come “bacini elettorali” piuttosto che come comunità aventi diritto alla salute.
L’emergenza a Serra San Bruno
La situazione al presidio di Serra San Bruno è lo specchio di una crisi che dura da oltre 15 anni. Le criticità sono croniche:
– Carenza di specialisti: l’Asp di Vibo Valentia non garantisce la presenza stabile di un anestesista, tentando di sopperire con soluzioni “tampone” come prestazioni aggiuntive e incarichi libero-professionali.
– Protesta civile: il comitato locale “San Bruno” ha simbolicamente installato una tenda davanti all’ingresso dell’ospedale, segno di una mobilitazione permanente contro il declino della struttura.
– Gap amministrativo: resta evidente il divario di servizi rispetto ad altre realtà, come l’Asp di Cosenza, nonostante le medesime classificazioni ospedaliere.
La spinta dal basso: una legge contro il declino
Mentre la politica si muove con annunci – come la proposta di legge per l’istituzione dell’“ospedale di area montana qualificato” – i movimenti civici hanno deciso di passare all’azione. È stata infatti depositata in Consiglio regionale una proposta di legge di iniziativa popolare. L’obiettivo, come riportato dalla Gazzetta del Sud, è quello di scardinare le vecchie logiche e istituire un’Azienda ospedaliera unica regionale dedicata ai presidi di montagna, configurandoli in una rete “Spoke” funzionale e protetta dai tagli lineari. La raccolta firme è già stata avviata: un segnale chiaro alla politica affinché smetta di considerare la sanità come “carne da macello elettorale” e inizi a restituire ai cittadini il diritto costituzionale alla cura.


