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Sigfrido Ranucci, il salto nel vuoto di un giornalista senza rete

Al Teatro Grandinetti di Lamezia, il conduttore di Report si mette a nudo: dalle inchieste che hanno fatto tremare i palazzi del potere al coraggio di rialzarsi dopo il fango delle calunnie
sigfrido ranucci

La rassegna Caudex Oltre, con la direzione artistica di Sabrina Pugliese, ha portato sul palco del Teatro Grandinetti un pezzo di storia del giornalismo italiano in una veste inedita. Sigfrido Ranucci apre il suo “Diario di un trapezista” con l’immagine che rappresenta lui da piccolo, vestito da Superman. È l’incipit perfetto per dire della voglia di giustizia che da sempre è stata alla base del suo impegno nel giornalismo d’inchiesta.

Il palco è spoglio. C’è un leggio, ma Ranucci non lo guarda mai; la sua memoria è una vera e propria macchina da guerra che macina fatti, nomi e date a braccio e senza interruzioni. Alle sue spalle scorrono fotogrammi e video che sintetizzano una carriera fatta di scoop clamorosi ma anche ostacolata da tentativi di sabotaggio: dall’orrore del fosforo bianco a Fallujah, all’inchiesta sul Crac Parmalat, fino all’incontro tra Renzi e Mancini in autogrill e alle infiltrazioni della ‘ndrangheta a Verona. Ma la cronaca non è mai fine a sé stessa e si intreccia costantemente con la dimensione umana, così la memoria attraversa i volti degli uomini e delle donne che ha incontrato nel suo difficile percorso da giornalista e che lo hanno segnato nel profondo.

Senza filtri

Il momento più denso della serata è quando la narrazione si fa intima e drammatica. Ranucci parla senza filtri di quando subì attacchi calunniosi rivelatisi totalmente infondati. Non nasconde nulla. La violenza di chi voleva “smerdarlo”, screditarlo e, metaforicamente (anche se non troppo), ammazzarlo professionalmente.

Il giornalista confessa di aver toccato il fondo, ammettendo che in quel periodo di isolamento e fango mediatico ha pensato anche al suicidio. È il racconto di un uomo messo alle strette che, però, ritrova la lucidità, decide di non mollare e riesce a uscirne a testa alta. Tra una risata per un aneddoto bizzarro e il silenzio teso per i racconti di guerra, emerge un Ranucci più intimo. La grande professionalità e il coraggio che tutti gli riconoscono vengono ricalibrati attraverso una lente di profonda umanità. Non è solo il reporter che mette in imbarazzo il Pentagono o i palazzi del potere italiano; è anche il figlio, il padre e l’uomo che ha pagato con la propria libertà personale la scelta di non voltarsi dall’altra parte.

Il titolo dello spettacolo, ci racconta, è una lezione di sopravvivenza ricevuta dal suo storico direttore in Rai, Roberto Morrione. Era lui a spiegargli cosa significasse essere un “trapezista” nell’informazione ovvero un acrobata che si muove nel vuoto senza rete di protezione. Morrione gli diceva che, se qualcuno ti prende di mira per abbatterti, non puoi restare fermo, devi avere il coraggio di saltare sul triangolo più avanti, spostandoti continuamente per rendere difficile il colpo. Lo spettacolo non poteva che terminare con il caloroso abbraccio del numeroso pubblico presente in sala.

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