Cinque colpi di pistola esplosi nella notte, mentre rientrava a casa alla guida della sua auto. Uno di quei proiettili ha colpito in pieno il cofano posteriore della Nissan Qashqai nera su cui viaggiava. Gli altri quattro si sono conficcati nella parete dell’abitazione. Non un avvertimento simbolico, non una minaccia verbale, ma un’intimidazione armata in piena regola.
La sera del 21 dicembre
La sera del 21 dicembre
È accaduto la sera del 21 dicembre 2025, intorno alle 21, a Triparni, lungo la provinciale. Vittima Antonio Iannello, presidente del Consiglio comunale di Vibo Valentia, esponente di primo piano del Partito democratico. Un fatto di una gravità assoluta, che solo oggi emerge pubblicamente, dopo giorni di silenzio voluto e custodito. Iannello stava rientrando a casa. Non è chiaro se sia stato seguito o se chi ha sparato lo attendesse nei pressi del vialetto d’ingresso della villetta in cui vive, circondata da abitazioni di familiari: la cognata, il nipote, altri parenti. Un dettaglio che rende l’episodio ancora più inquietante. Chi ha premuto il grilletto sapeva dove colpire. E quando. In un primo momento, complice il clima natalizio, quei rumori erano sembrati botti. Solo dopo, osservando insieme alla moglie i fori sulla parete, è scattato l’allarme. La Polizia, intervenuta subito dopo la segnalazione, ha ispezionato anche l’auto, rinvenendo il foro sul cofano posteriore. La denuncia formale è stata presentata il 23 dicembre.
Silenzio per alcuni giorni
Per giorni, però, la notizia non è trapelata. Una scelta precisa. “Volevo stare tranquillo – ha raccontato Iannello a NoiDiCalabria – non volevo allarmare i miei parenti, la mia famiglia. Ho informato solo il sindaco”. Un silenzio non dettato da paura, ma dal tentativo di proteggere i propri affetti in un periodo delicato. Oggi, con la notizia ormai pubblica, la solidarietà è arrivata da ogni parte. Ma resta il nodo centrale: perché?
Nessun sospetto
Su questo punto Iannello è netto. Dice di non avere sospetti, di non riuscire a ricondurre l’episodio a vicende personali, familiari o di vicinato. E neppure a dinamiche interne al Consiglio comunale. “Io le pratiche le tratto tutte allo stesso modo. Non ne ho mai fermata una, non ne ho mai ritardata una. Non ho mai ricevuto solleciti. Non c’è nulla che io possa collegare a questo gesto”. Respinge con decisione anche l’idea di un “filo conduttore” con altri episodi avvenuti negli ultimi mesi: incendi, aggressioni, tensioni politiche. “Per quanto mi riguarda, non sono collegabili. Un investigatore deve giustamente indagare a 360 gradi, ma io non riesco ad accomunare questi fatti. Questo è il primo episodio davvero pesante che mi riguarda”.
Sapevano che stavo tornando
Un dato, però, resta oggettivo e incontestabile: qualcuno ha sparato. Cinque colpi. A ridosso di un’abitazione. Mentre il presidente del Consiglio comunale era in auto. “Uno viene con una pistola vicino a casa tua, non è che spara in aria”, osserva Iannello. “Ero in macchina. Sapevano l’orario”. Sulle indagini mantiene il massimo riserbo, come è giusto che sia. Dice di collaborare pienamente, di non avere nulla da nascondere. E soprattutto di non voler arretrare. Non c’è vittimismo nelle sue parole. C’è piuttosto la consapevolezza che il problema non riguarda solo lui.
Colpita non solo la persona ma l’istituzione
Perché quando si spara contro il presidente del Consiglio comunale di una città, non è solo una persona a essere colpita. È un’istituzione. È l’idea stessa che la funzione pubblica possa essere esercitata senza paura. È la linea sottile che separa la convivenza civile dalla legge del piombo. Vibo Valentia oggi è chiamata a guardare in faccia questo fatto, senza minimizzare, senza archiviare. Cinque colpi di pistola, a dicembre, davanti a una casa, non sono rumore di fondo. Sono un segnale forte e la risposta dev’essere all’altezza.


