Tra gratitudine e inquietudine, il Te Deum di fine anno del vescovo Francesco Oliva

Nel canto di ringraziamento che chiude il 2025, una lettura lucida del tempo presente: crisi della fede, bisogno di speranza e impegno per la pace

Un anno che si chiude tra fatiche, imprevisti e segni di speranza. È il filo conduttore dell’omelia pronunciata nella Cattedrale di Locri dal vescovo mons. Francesco Oliva in occasione del Te Deum di fine anno 2025, un momento solenne di ringraziamento ma anche di discernimento sul tempo presente, personale e collettivo.

“Grazie a Te, Padre buono”, è l’invocazione che apre il canto di lode, riconoscendo una presenza che ha accompagnato l’intero cammino dell’anno appena trascorso. Un anno intenso, segnato da celebrazioni, incontri e prove, vissuto però con la consapevolezza di una forza che non viene meno e che consente di andare avanti, anche quando il peso si fa più gravoso.

“Grazie a Te, Padre buono”, è l’invocazione che apre il canto di lode, riconoscendo una presenza che ha accompagnato l’intero cammino dell’anno appena trascorso. Un anno intenso, segnato da celebrazioni, incontri e prove, vissuto però con la consapevolezza di una forza che non viene meno e che consente di andare avanti, anche quando il peso si fa più gravoso.

La lode che coinvolge il creato

Il Te Deum diventa così non solo memoria del bene ricevuto, ma sguardo che si allarga al senso profondo dell’esistenza. Una lode che coinvolge l’intero creato e richiama a non fissare lo sguardo solo sulle cose visibili e passeggere, ma su quelle invisibili ed eterne. In questo orizzonte si inserisce anche il richiamo agli 800 anni dalla morte di san Francesco d’Assisi, la cui preghiera diventa invito a una fede totale, umile e perseverante, capace di attraversare ogni tempo e ogni luogo.

Non manca, tuttavia, una lettura realistica delle difficoltà. Il 2025 viene descritto, dal vescovo mons. Francesco Oliva, come un anno attraversato da momenti di “notte oscura dello spirito”: la sensazione dell’assenza di Dio, lo scoraggiamento, le sconfitte, la solitudine, il dubbio che l’impegno cristiano possa davvero incidere sulle sorti di una terra spesso ferita e affaticata. È qui che emerge con forza la riflessione sulla situazione ecclesiale e sociale del territorio.

Religiosità senza appartenenze

La secolarizzazione avanza, entra nelle case, svuota di significato i riferimenti tradizionali alla fede. Cresce una religiosità senza appartenenze, soggettiva e frammentata, una “religione minima” che non orienta più le scelte di vita né incide sul quotidiano. In questo contesto si affermano logiche mondane, dove profitto, interesse personale ed economia diventano criteri assoluti, mentre il senso del bene comune si affievolisce.

Eppure, proprio dentro questa crisi si aprono nuove prospettive. La Chiesa è chiamata a un rinnovato impegno missionario, a riscoprire la freschezza del Vangelo e a rimuovere tutto ciò che ostacola l’incontro con un Dio che, facendosi uomo, ha restituito dignità all’umanità. Una missione che passa anche dalla responsabilità civile: superare divisioni, chiusure localistiche e frammentazioni che frenano lo sviluppo del territorio, per costruire invece visioni ampie e condivise.

La sofferenza nel silenzio

Nell’omelia del presule della Diocesi di Locri-Gerace trova spazio anche uno sguardo riconoscente verso l’umanità concreta che abita questa terra: famiglie che affrontano la sofferenza nel silenzio, lavoratori e piccoli imprenditori che con creatività mantengono viva l’economia locale, agricoltori che custodiscono il territorio, giovani che studiano e si formano, spesso costretti a cercare altrove un futuro lavorativo.

Il cammino che si apre resta incerto, ma una certezza rimane: il Signore è il Vivente, presenza discreta e liberante, roccia su cui costruire l’esistenza. Da qui il gesto simbolico dell’Eucaristia, nel cui calice vengono deposte fatiche, sofferenze, fallimenti ma anche il bene compiuto, perché tutto sia trasformato in seme di vita nuova.

Pace per il mondo intero

Il cuore dell’omelia si concentra infine sul tema della pace. Pace invocata per il mondo intero, in un tempo segnato da guerre, riarmo e rassegnazione al conflitto. Solo una pace “disarmata e disarmante”, che nasce da Dio e passa dallo sguardo sull’altro, può garantire futuro e speranza. Uno sguardo capace di riconoscere nel volto di ogni persona un fratello, mai un nemico.

Nel solco del Giubileo, l’invito è a un disarmo interiore, del cuore e della mente, che renda ciascuno pellegrino di pace. L’omelia si chiude con l’affidamento a Maria, Madre di Dio e Regina della Pace, perché interceda e faccia risplendere sul cammino di tutti il volto di Dio. Un augurio che diventa impegno, mentre il 2026 si apre carico di attese e responsabilità.

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