Tribunale, quando il curatore diventa predatore e la giustizia viene tradita

Tante le domande sul professionista vibonese accusato di aver usato per sé i soldi di un’eredità che doveva amministrare. Ma a indignare è anche l’anonimato che lo protegge

C’è qualcosa di doppiamente grave quando a tradire la fiducia pubblica non è un truffatore qualunque, ma chi quella fiducia doveva rappresentarla. Quando a sporcarsi le mani non è chi sta ai margini, ma chi siede dietro la scrivania del diritto, con un incarico del Tribunale e la responsabilità di amministrare i beni altrui con onestà e trasparenza.

Un caso che scuote tutti

È per questo che la vicenda del professionista vibonese indagato per peculato scuote così tanto l’opinione pubblica. Secondo quanto accertato dalla Guardia di Finanza e dalla Procura della Repubblica di Vibo Valentia, avrebbe utilizzato per fini personali i fondi di un’eredità che gli era stata affidata come curatore, giustificando spese e bonifici con causali fittizie. Persino il mantenimento all’ex coniuge – dicono gli inquirenti – sarebbe stato pagato con i soldi di chi non poteva più difendersi.

Non un episodio isolato, ma un comportamento reiterato nel tempo, dal 2014 al 2024 – dieci anni, dieci anni – come se la legalità fosse un optional e la fiducia pubblica una debolezza da sfruttare. E allora la domanda che tanti vibonesi si fanno è semplice e amara: perché il cittadino comune, magari colpevole solo di un piccolo errore, finisce (non sempre ma spesso) sui giornali con nome e cognome, mentre chi ha tradito la giustizia resta coperto dall’anonimato?

La giustizia uguale per tutti

È questa la doppia ferita: non solo l’abuso, ma anche il silenzio che lo circonda. Perché ogni volta che un professionista, un amministratore, un curatore – cioè una figura nominata dallo stesso Tribunale – piega il proprio ruolo a fini personali, a pagare non è solo la legge. A pagare è la fiducia di migliaia di cittadini onesti che ancora credono che la giustizia debba valere per tutti, allo stesso modo. Ecco perché il lavoro della Procura di Vibo Valentia e della Guardia di Finanza assume oggi un valore che va oltre il singolo caso. Non si tratta solo di un sequestro da 376mila euro, ma di un segnale: la legge, quando vuole, sa ancora guardare in alto. E deve continuare a farlo, senza esitazioni, senza protezioni, senza più anonimati di comodo. Perché la giustizia o è uguale per tutti – oppure smette di essere giustizia.

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