Calabria, giovani in fuga: numeri e responsabilità di un declino che continua

La regione continua a perdere ragazzi formati o in formazione. Un fenomeno strutturale che indebolisce economia, società e prospettive di sviluppo
spopolamento

La Calabria resta una terra da cui si parte più di quanto si arrivi. A dirlo non sono impressioni o racconti generazionali, ma numeri ufficiali che fotografano una tendenza ormai cronica: l’emigrazione giovanile come principale indicatore del fallimento delle politiche di attrattività e crescita. Un problema che riguarda l’intero Paese, ma che al Sud assume contorni più gravi e persistenti. Secondo l’analisi del Cnel, ripresa in un approfondimento pubblicato dalla Gazzetta del Sud a firma di Francesco Ranieri, la Calabria è tra le regioni meno capaci di trattenere i propri giovani, soprattutto quelli con competenze medio-alte o percorsi di formazione in corso. Una debolezza strutturale che finisce per autoalimentarsi.

Un’emorragia che parte dai più giovani

Nel decennio 2014-2024, circa 670mila italiani hanno lasciato il territorio nazionale. Un dato già di per sé rilevante, ma che diventa ancora più preoccupante se si guarda alla fascia d’età coinvolta: oltre 388mila persone avevano tra i 18 e i 34 anni. È qui che si concentra la perdita maggiore, quella che incide direttamente sul futuro produttivo e demografico del Paese. La Calabria, in questo scenario, non riesce a compensare in alcun modo le partenze. I giovani vanno via per studio, lavoro, prospettive di carriera che sul territorio restano fragili o assenti. Non si tratta solo di “cervelli in fuga”, ma di una generazione intera che fatica a immaginare un futuro possibile senza spostarsi altrove.

Il divario territoriale che si allarga

I flussi migratori interni raccontano un’Italia sempre più sbilanciata. Le regioni del Nord, pur perdendo giovani verso l’estero, riescono a riequilibrare il saldo grazie agli arrivi dal Mezzogiorno. Il Sud, invece, perde due volte: verso l’estero e verso il resto del Paese. La Calabria registra un saldo migratorio interno negativo pari a 22 giovani ogni mille abitanti. Un dato che certifica non solo la scarsa capacità di attrazione, ma anche l’assenza di politiche efficaci di rientro e radicamento. Il risultato è un progressivo impoverimento del tessuto sociale, professionale e imprenditoriale.

Il costo economico del capitale umano perso

L’emigrazione non è solo una questione demografica o sociale. È anche, e soprattutto, un problema economico. Ogni giovane che parte porta con sé investimenti pubblici in istruzione, competenze e formazione che finiscono per produrre valore altrove. Il Cnel stima che, nel triennio 2022-2024, la perdita di capitale umano abbia inciso sul Pil calabrese per circa l’1,6%, il doppio della media nazionale che si ferma allo 0,8%. Una zavorra pesante per un’economia già fragile, che fatica a crescere e a generare nuove opportunità. Il paradosso è evidente: meno giovani restano, meno possibilità si creano. E meno possibilità si creano, più giovani partono. Spezzare questo circolo vizioso richiederebbe scelte politiche nette, investimenti mirati e una visione di lungo periodo che, finora, è rimasta sulla carta. Intanto, la Calabria continua a guardare partire i suoi ragazzi. E con loro, una parte decisiva del proprio futuro.

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