Il cinema come ponte tra popoli, generazioni e storie lontane. È questo il senso profondo del terzo appuntamento della rassegna “I Ponti di Don Maiolo”, ospitato al Migra Europe Save di Lamezia Terme, centro di accoglienza che da tempo affianca all’integrazione concreta anche un lavoro culturale e sociale di alto profilo. Protagonista dell’incontro è stato il regista Loris Lai, autore del film I bambini di Gaza- Sulle onde della libertà, opera pluripremiata e vincitrice del David di Donatello, capace di raccontare il dramma del Medio Oriente attraverso lo sguardo fragile e potente dell’infanzia. In platea, insieme agli ospiti del CAS, numerosi cittadini, docenti e studenti dei licei classici di Vibo Valentia e Lamezia Terme. A moderare l’incontro, Bianca Cimato, responsabile dell’organizzazione eventi e della formazione che si svolgono all’ interno del Centro di Accoglienza Speciale per migranti a Lamezia Terme, San Tarcisio; al suo fianco anche la professoressa Anna Melecrinis.
Lo sguardo dei piccoli dentro la guerra
Il film, ispirato al romanzo di Nicoletta Bortolotti, narra l’amicizia tra un bambino palestinese e uno israeliano, uniti dalla passione per il mare e il surf sullo sfondo della seconda intifada. Una storia che evita la retorica e sceglie la semplicità dell’infanzia per parlare di odio, confini e speranza. “Raccontare il conflitto attraverso i bambini significa parlare di futuro – ha spiegato Lai – perché sono loro le prossime generazioni, quelle su cui dobbiamo investire se vogliamo davvero cambiare le cose”.
Nel dialogo con il pubblico, il regista ha affrontato senza filtri l’attualità più drammatica. “Dal 7 ottobre 2023 imperversa una guerra che ha quasi spazzato via una popolazione. La nostra storia è ambientata vent’anni fa, ma una cosa non è mai cambiata: la necessità di trovare un equilibrio per convivere. Sembra utopia, ma rinunciare alla speranza significa condannare il futuro”. Parole dure anche sull’infanzia nei territori di guerra: “I bambini vengono indottrinati all’odio. Se non muoiono, perdono genitori, amici, parti del corpo. Crescono con un peso enorme dentro. Gli adulti dovrebbero proteggerli, non trascinarli nel conflitto”.
La scelta della realtà, anche linguistica
Lai ha spiegato anche la decisione di girare il film in lingua originale – arabo, ebraico e inglese – senza addolcire le distanze. “La lingua è già una barriera in un territorio piccolissimo. Rappresentarla così significa essere fedeli alla realtà, alle difficoltà quotidiane di comunicazione tra questi popoli”. Tra le scene più forti, quelle in cui i piccoli protagonisti imitano i combattimenti. “È insieme esorcizzazione e imitazione – ha raccontato – perché nascono dentro quella realtà e non conoscono altro. Una bambina a Gaza mi disse che non aveva paura dei bombardamenti notturni. Non perché fosse coraggiosa, ma perché per lei quella era la normalità”. Un passaggio che ha colpito profondamente la sala, rendendo tangibile la disumanità dei conflitti visti dagli occhi di chi dovrebbe vivere solo spensieratezza.
Lo spirito di Migra Europe Save
L’incontro ha incarnato pienamente la missione del centro lametino: non limitarsi all’accoglienza materiale, ma costruire consapevolezza, confronto e inclusione. In un mondo segnato da guerre e polarizzazioni, il messaggio emerso è stato unanime: non cedere all’indifferenza, non archiviare la pace come ingenuità. Perché, come ha ricordato Lai, rinunciare a immaginare un futuro diverso equivale ad accettare che la violenza sia l’unico destino possibile. E il cinema, quando sa farsi coscienza, può ancora aprire varchi dove sembrano esserci solo muri.


