“C’è un momento, in ogni città, in cui una luce si riaccende – discreta ma ostinata – e chiede soltanto di essere riconosciuta”. Per Gilberto Floriani, quella luce oggi coincide con il nuovo teatro comunale, diventato uno dei pochi presìdi culturali ancora vivi in un contesto segnato da progressive perdite.
Nel suo intervento, Floriani fotografa senza sconti il panorama di Vibo Valentia “in un paesaggio culturale che negli anni si è progressivamente assottigliato – tra ciò che resiste e ciò che abbiamo perduto, come il Sistema Bibliotecario Vibonese e il festival Leggere&Scrivere – il teatro si è imposto come uno dei pochi presìdi vivi, insieme al conservatorio e al Museo Archeologico Statale di Vibo Valentia”. Un dato che, sottolinea, “non è poco. Anzi, è moltissimo”, soprattutto se si considera “la fragilità del contesto e la retorica, spesso abusata, di una città che ama dirsi depositaria di un nobile Dna culturale”.
Una stagione di qualità e misura
Al centro della riflessione, la stagione teatrale firmata da Ama Calabria, definita “qualcosa di più di una semplice programmazione”. Floriani parla di “una prova di serietà, di misura e, in alcuni momenti, di autentica qualità”, costruita “con competenza e intelligenza”. Un elemento chiave è stato il metodo: “quella capacità – rara, qui – di mettere a sistema esperienze diverse, dalla musica al teatro, creando economie di scala che non impoveriscono l’offerta ma, al contrario, la rendono sostenibile e, soprattutto, degna”.
Tra i momenti più significativi, Floriani ricorda “il concerto inaugurale dell’Orchestra del Conservatorio: un momento di composta emozione collettiva”, in cui è emersa una verità spesso trascurata: “i cittadini, quando messi di fronte alla bellezza, sanno riconoscerla – e forse la aspettano da tempo”.
Gli spettacoli e il pubblico
Pur non avendo seguito l’intera stagione, anche per “l’assenza di abbonamento” e le difficoltà nel reperire i biglietti, Floriani evidenzia alcune tappe imprescindibili vissute insieme alla moglie. Tra queste, “il recital pianistico di Andrea Lucchesini, di rara intensità”; poi “Il piacere dell’onestà con Pippo Patavina, interprete rigoroso e convincente della lezione pirandelliana”; e infine “L’avaro immaginario”, definito “spettacolo colto e vivace”, nel quale Enzo De Caro guida “un viaggio teatrale da Napoli a Parigi” capace di evocare la tradizione senza cadere nella maniera.
Alla chiusura della rassegna resta “un piccolo rammarico per ciò che non si è visto”, ma è “un rammarico fecondo – il segno che qualcosa ha funzionato”.
Il nodo del futuro
Il riconoscimento del lavoro svolto da Ama Calabria è netto: “dimostra come la continuità progettuale e la competenza possano ancora produrre risultati concreti anche in territori difficili”. Ma il punto decisivo riguarda il domani. “Resta, naturalmente, la domanda sul futuro. Non è secondaria”. Floriani affida alle scelte dell’amministrazione comunale la direzione da prendere: trasformare questa esperienza in un percorso stabile o lasciarla come episodio isolato.
L’auspicio è chiaro: “che prevalga la continuità – non per inerzia, ma per convinzione – e che il teatro diventi davvero uno spazio abitato: aperto ai giovani, alle scuole, al territorio, e anche a chi, localmente, coltiva con serietà il desiderio di fare teatro”.
Non è una parentesi, ma un esercizio di verità
Infine Floriani pronuncia parole che vanno oltre la cronaca culturale e tocca l’identità stessa della città: “il teatro – quando è vero – non è intrattenimento accessorio, ma forma di conoscenza. Non è una parentesi brillante nella settimana, ma un esercizio di verità”. E una città che “rinuncia a questo, o lo considera superfluo, non perde soltanto spettacoli: perde se stessa”.


