Un investimento da 27 milioni di euro, oltre sette già spesi, cantieri completati ma inattivi, iter amministrativi che si trascinano da decenni. È un quadro pesante, dettagliato e documentato quello che emerge dalla lunga lettera inviata dall’imprenditore Francesco Cascasi al Presidente dell’Autorità di Sistema Portuale dei Mari Tirreno Meridionale e Ionio. Una nota indirizzata anche alla Prefettura di Vibo Valentia e al Comune, nelle persone del Sindaco e del Presidente del Consiglio, che mette in fila ritardi, passaggi amministrativi controversi e scelte ritenute incoerenti con lo sviluppo turistico del porto.
La lettera di Cascasi, apparsa stamane su Gazzetta del Sud e Calabria7, irrompe sulla scena come un atto destinato a far esplodere il confronto politico e istituzionale, alla vigilia del Consiglio comunale di giovedì 30 aprile. Un documento che pesa, che scuote e che riapre con forza una ferita mai davvero chiusa: quella di Vibo Marina, stretta da anni tra promesse di sviluppo e cantieri fermi. Un colpo diretto che rimette tutto in discussione persino il ruolo dell’Autorità Portuale che sembra trattare Vibo Marina con distacco se non addirittura come un’area sulla quale costruire una “Gioia Tauro 2”.
La comunicazione dell’Autorità portuale
Il punto di partenza è proprio una comunicazione dell’Autorità Portuale del 5 gennaio 2026. In quella nota si parla della necessità di assumere decisioni “rispettose del principio di legalità” e capaci di “contemperare i suaccennati interessi pubblici concorrenti”. Un’espressione che Cascasi riprende e rilancia, perché tra quegli interessi viene indicata anche la possibilità di liberare spazi portuali oggi occupati dal deposito costiero della Meridionale Petroli, favorendo “lo sviluppo di altri distretti economici (attività portuali propriamente dette, attività turistiche, terziario)”. Su questo passaggio si innesta l’intero ragionamento dell’imprenditore. Perché, a fronte di una prospettiva dichiarata di sviluppo turistico, il progetto che lui rappresenta – un sistema integrato tra ricettività, nautica e servizi – risulta ancora fermo.
Progetti e investimenti pesanti
Nel dettaglio, Cascasi descrive un piano articolato: il Marina Resort Porto Santa Venere, due strutture alberghiere, un cantiere nautico già completato, la riqualificazione del ristorante e stabilimento balneare La Rada, e soprattutto un approdo turistico da circa 300 posti barca. L’investimento complessivo è pari a 27 milioni di euro, con oltre 7,4 milioni già sostenuti. L’occupazione prevista è di 87 unità dirette, che salgono fino a circa 160-200 considerando l’indotto. Nonostante questo, scrive Cascasi, “le attività realizzative ancora oggi, aprile 2026, ferme per il mancato completamento dell’iter autorizzativo”.
Ostacoli sull’approdo turistico
Il nodo principale riguarda proprio l’approdo turistico, legato a una concessione demaniale marittima cinquantennale rilasciata nel 2023. A distanza di quasi tre anni, però, il progetto non è partito. E non solo per questioni tecniche. Uno dei punti più critici, secondo l’imprenditore, è l’aggiornamento progettuale del Marina Resort, resosi necessario dopo un procedimento amministrativo durato “oltre ventitré anni”.
Un aggiornamento che, nella ricostruzione fornita, non modifica volumi o parametri urbanistici, ma introduce soluzioni tecnologiche più avanzate. Eppure, invece di un passaggio rapido, si è aperta una nuova conferenza dei servizi, che “a tutt’oggi non è conclusa, al di fuori di ogni regola”. Un’affermazione che, pur senza entrare nel merito tecnico, segnala una frizione evidente tra tempi amministrativi e aspettative imprenditoriali.
La concessione sulla banchina Fiume
Un secondo elemento di forte tensione riguarda la cosiddetta concessione suppletiva sulla banchina Fiume. Si tratta di un’area che, secondo Cascasi, sarebbe dovuta rientrare già nella concessione originaria, considerato il successivo prolungamento della banchina che ha modificato il fronte mare. Nonostante l’istruttoria e i pareri favorevoli degli enti coinvolti, la conferenza dei servizi si è conclusa con un esito negativo, determinato “dal solo parere sfavorevole dell’Autorità Portuale”. Da qui la decisione di ricorrere all’autorità giudiziaria.
Le conseguenze, sempre secondo quanto riportato nella lettera, sono rilevanti. Senza quell’area, alcune funzioni essenziali – come il varo e l’alaggio delle imbarcazioni – non possono essere attivate. E questo impedisce l’avvio operativo del cantiere nautico già realizzato, un investimento da 3,5 milioni di euro che potrebbe impiegare 35 lavoratori diretti.
Il cantiere dell’albergo TLF intrappolato
A ciò si aggiungono altri episodi che contribuiscono a delineare un quadro complessivo di rallentamento. Tra questi, il caso dell’albergo TLF, per il quale i lavori risultano fermi da mesi in attesa dello spostamento di cavi elettrici. Secondo quanto riferito, l’Enel non avrebbe ancora ricevuto l’autorizzazione necessaria dall’Autorità Portuale. Una situazione che, al di là delle responsabilità specifiche, comporta costi aggiuntivi per l’impresa e ritardi nell’avanzamento dell’opera.
La Rada che chiude 18 dipendenti a casa
Sul piano più immediato, preoccupa anche la condizione del ristorante e stabilimento balneare La Rada, che attualmente impiega 18 persone e che, scrive Cascasi, è “a rischio di imminente chiusura”. Il problema, in questo caso, riguarda la gestione della viabilità su via Amerigo Vespucci, utilizzata anche per le esigenze del deposito costiero della Meridionale Petroli.
Il Piano Spiaggia del 2005 stracciato
Su questo punto la lettera entra nel merito normativo, richiamando il Piano Spiaggia comunale del 2005, confermato nel 2014. In particolare viene citato un passaggio della Capitaneria di Porto che attesta come “la destinazione d’uso della strada è quella di accesso pedonale e carrabile”, funzionale agli accessi al mare. Da qui la conclusione: quella strada non può essere asservita alle esigenze del deposito, ma deve restare a uso pubblico. Il tema della coesistenza tra attività industriali e sviluppo turistico attraversa l’intera lettera. Cascasi richiama lo stesso documento dell’Autorità Portuale, che evidenzia come il deposito costiero sia oggi “a ridosso degli stabilimenti balneari” e di aree residenziali, con problemi di viabilità e sicurezza tali da richiedere continui aggiornamenti del Piano di Emergenza.
Si tutelano 20 posti e se ne bloccano 200
In questo contesto, l’imprenditore pone una questione di equilibrio complessivo. Da un lato un impianto con un impatto occupazionale diretto di circa 20 unità, dall’altro un progetto che potrebbe generare fino a 200 posti di lavoro tra diretti e indiretti, oltre a una filiera turistica e nautica più ampia. Una valutazione che, nelle sue conclusioni, porta a ritenere “incompatibile” il mantenimento del deposito con la destinazione turistica del porto.
Giù le mani da Via Vespucci: è una strada pubblica
La lettera si chiude con una richiesta formale di rivalutazione dell’istruttoria sul deposito costiero e con l’invito agli enti coinvolti ad affrontare le criticità evidenziate. Alla Prefettura viene chiesto di tener conto di questi elementi nella revisione del Piano di Emergenza Esterno. Al Comune di intervenire affinché via Vespucci non subisca restrizioni e venga destinata, come previsto dal Piano Spiaggia, alla viabilità pubblica, ai parcheggi e all’accesso al mare. Al di là delle singole posizioni, il documento apre un tema più ampio: il modello di sviluppo del porto di Vibo Marina e il ruolo dell’Autorità di Sistema Portuale. La sua istituzione era stata letta come un passaggio capace di rafforzare la programmazione e sostenere gli investimenti. Oggi, almeno in questa vicenda, emergono criticità che chiamano in causa tempi, procedure e capacità di coordinamento.
Cascasi: in questo territorio non si può investire
La questione per certi aspetti sembra aperta, ma Cascasi raggiunto telefonicamente è piuttosto tranciante: “Non ho altro da aggiungere rispetto a quanto ho già scritto. Quello che dovevo dire l’ho detto e l’ho messo nero su bianco interessando tutte le istituzioni competenti. La mia lettera è chiara; non chiedetemi più perché i miei progetti non partono. In questo momento, qui, non ci sono le condizioni per investire”. Se non siamo alla resa ora poco ci manca.






