Viaggiando sulla strada che percorre il Poro, da un po’ di tempo a questa parte, lo sguardo non incontra più i tradizionali campi coltivati, ma enormi macchie nere che coprono ettari di terreno. Si tratta di impianti fotovoltaici che stanno progressivamente modificando uno dei paesaggi più suggestivi e fertili della Calabria. Davanti a questa trasformazione radicale, si impone un impegno urgente per la tutela della vocazione e dell’identità storica e culturale del territorio.
L’appello per l’identità contadina e il richiamo a Paolo Orsi
La denuncia arriva direttamente da Nicola Rombolà, docente ed esponente di Italia Nostra, che usa parole forti per descrivere l’impatto visivo e culturale di queste installazioni: “Stanno assassinando l’anima del territorio del Poro. La sua storia millenaria, fatta di identità, di tradizioni, di attività agropastorali, di preziosa cultura contadina da un punto di vista enogastronomico, rischia di sparire. Invece di pascoli, di campi coltivati, di bionde spighe di grano che ondeggiano donando poesia e bellezza, adesso spiccano macchie nere, i nuovi buchi neri, di pannelli fotovoltaici”.
Un contrasto stridente con la memoria storica dei luoghi. Cento anni fa, nel 1926, il celebre archeologo Paolo Orsi, dopo aver scoperto l’importante sito protostorico di Torre Galli, scriveva: “Ricchezza di acque squisite, aria saluberrima, condizioni climaticatiche simili a quelle delle Prealpi, una feracità di suolo ideale… pascoli producenti squisiti latticini…”. Oggi, quel quadro ideale rischia di essere sostituito da una distesa di silicio. “Il ricordo va alla profetica canzone di Celentano, Il ragazzo della via Gluck” – evidenzia Rombolà – “le parole ‘Là dove c’era l’erba ora c’è una città’ si possono declinare in ‘Là dove c’erano i pascoli e i campi di grano ora ci sono i pannelli'”.
Le alternative possibili e il ruolo delle istituzioni
Il fulcro della contestazione non è l’energia pulita in sé, ma la scelta dei siti per la sua produzione, specialmente in una regione che registra già un importante surplus energetico. “E allora ci chiediamo: perché con tanti posti dove piazzare questi pannelli devono essere impiantati in una zona a grande vocazione agropastorale dove si produce vita, buon cibo ed energia veramente pulita, la linfa vitale per l’umanità?” si domanda l’esponente di Italia Nostra.
“Ci sarebbero tantissimi tetti di eternit nei paesi, eliminando un materiale pericoloso, o altri luoghi che sono abbandonati e che non hanno un così grande pregio come il Poro. Invece si preferisce, per questioni speculative, far sparire la sua anima, in particolare in una delle zone geografiche più suggestive, su un territorio che confina tra il comune di Zungri e Zaccanopoli, dove si possono contemplare meravigliosi casolari e che difficilmente si trovano in altre aree geografiche con all’orizzonte una visione unica al mondo, le isole Eolie”.
Davanti a questo scenario, la critica si sposta sull’assenza di interventi normativi e di controllo: “E le istituzioni che cosa fanno? Stanno a guardare lo scempio? Eppure c’è l’articolo 9 della Costituzione che tutela il paesaggio, e nello specifico sancisce che la Repubblica ‘tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni’. O la Calabria ancora non fa parte della Repubblica?”.
Il rischio di una nuova “Questione Meridionale”
Secondo la visione di Italia Nostra, l’attuale gestione della transizione energetica ricalca vecchi schemi di sfruttamento economico ai danni del Mezzogiorno. “È necessario intervenire al più presto, porre un freno, un vincolo, altrimenti addio identità del territorio, addio prodotti tipici, addio cibi buoni e sani, addio al rapporto armonico che per secoli gli abitanti hanno intrattenuto con la natura e il paesaggio” incalza Rombolà. “E in Calabria, come ormai da secoli, si continua a sfruttare, a colonizzare, a corrompere, a inquinare: e si perpetra la sua sudditanza e gli appetiti della criminalità, la nuova versione della famigerata ‘Questione meridionale’. E a trarne beneficio i nuovi padroni, i nuovi feudatari, i nuovi coloni che rapinano le risorse più preziose: per generare la brama dei facili guadagni, togliere la dignità agli esseri umani e produrre rassegnazione, emigrazione e indifferenza”.
Il rischio è anche quello di uno spopolamento accelerato, privato della risorsa della bellezza: “I giovani fuggono perché viene pregiudicata anche la bellezza dei luoghi che è il frutto del miracolo della biodiversità della natura. Questo significa creare una rinnovata classe di privilegiati e di riflesso di servi, cioè sudditi, che vengono foraggiati in modo parassitario dai poteri oligarchici e tecnocratici. Il gioco è facile: fare guerra, generare l’emergenza, creare la propaganda dell’energia rinnovabile, per speculare togliendo il bene più prezioso per la sopravvivenza e la dignità delle comunità: i campi fertili, la bellezza del paesaggio e spingere gli abitanti a non credere più nell’impegno collettivo attraverso le istituzioni locali e abbandonare i luoghi di origine”.
Gli effetti sul microclima e l’eredità di Pasolini e Berto
Le ripercussioni non sono solo estetiche o culturali, ma colpiscono direttamente il tessuto economico locale. Se l’area del Poro, che Giuseppe Berto nel 1956 descriveva affacciata “nel mare dove nascono i miti”, continuerà a essere occupata da questi impianti, l’impatto sul suolo sarà duraturo. “L’economia locale sarà sempre rapinata con la solita tecnica: i costi si socializzano e i profitti si privatizzano” rimarca l’esponente dell’associazione. “Senza considerare che una concentrazione di ettari di questi pannelli modifica il microclima, e per decenni non si può utilizzare il terreno per coltivare il buon cibo”.
Rombolà lancia infine un parallelismo con le grandi battaglie intellettuali del Novecento: “Una volta che si toglie agli agricoltori e alle comunità la terra, il paesaggio, che cosa resta? Che cosa può offrire un territorio? Come può richiamare i turisti? Una volta che si toglie l’anima, si toglie anche la vita. È stata la lotta che ha condotto Pier Paolo Pasolini per denunciare la distruzione della civiltà contadina e la mutazione antropologica causate dall’industrializzazione e dall’ideologia dei consumi; ma anche Giuseppe Berto, da quando ha scelto Capo Vaticano come patria spirituale, lo ha fatto, fin dagli anni Sessanta, per cercare di tutelare tutta l’area del Poro. Il suo sogno era quello di creare un Parco naturale, perché aveva capito lo straordinario valore di questo paesaggio e dell’eredità della civiltà contadina”.
Fermare lo scempio
L’appello si conclude con una richiesta di assunzione di responsabilità: “È urgente che si trovino degli strumenti per fermare lo scempio che si sta compiendo. Dietro questi impianti ci sono sempre le solite multinazionali del Nord o estere i cui capitali, molto spesso, vanno a finanziare l’industria della morte, e tra i lavoratori reclutati ci sono anche i figli degli emigrati meridionali. Un circuito perverso che alimenta la depredazione, di cui responsabili diretti o indiretti siamo anche noi che dovremmo lottare politicamente ed eticamente contro questa ingiustizia e dominio culturale ed economico. Tutto questo senza considerare che la Calabria produce già un surplus di energia proveniente da fonti rinnovabili, stimato circa al 180 per cento”.






