L’allarme dell’Onu: asse tra ‘ndrangheta ed Hezbollah per gestire le rotte della droga

Nella regione della Tripla Frontera sudamericana, le cosche collaborano con cellule terroristiche per riciclare denaro e sdoganare tonnellate di cocaina destinate ai porti europei

Le mafie italiane cambiano pelle, assumono una fisionomia camaleontica e si strutturano come vere e proprie multinazionali capaci di stringere alleanze strategiche persino con le cellule del terrorismo internazionale. Eppure, non recidono il legame con i propri codici identitari. A tracciare il bilancio dell’evoluzione criminale dalla firma della Convenzione di Palermo del 2000 è Giovanni Gallo, capo della Sezione dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro il crimine organizzato (Unodc), intervenuto nel capoluogo siciliano in occasione delle commemorazioni per l’anniversario della strage di Capaci. I dati globali presentati dall’organismo internazionale fotografano uno scenario drammatico: la criminalità organizzata transnazionale genera 95mila omicidi volontari all’anno, un volume di sangue e violenza speculare a quello provocato dai conflitti bellici nel mondo.

Il DNA delle cinque mafie: tradizione e violenza

A differenza di altre organizzazioni criminali, come quelle attive nel sud-est asiatico la cui operatività si sviluppa prevalentemente online, le cinque mafie italiane – un paniere che include Cosa Nostra, la camorra, la ‘ndrangheta, la mafia garganica e quella del Salento – mantengono intatti i tratti fondamentali del proprio DNA originario. Si tratta di strutture gerarchiche, talvolta fortemente verticistiche, talvolta disarticolate come nel caso della ‘ndrangheta, regolate da norme interne rigidissime e codici comportamentali inflessibili. Una rete che continua a fare ricorso all’intimidazione e alla violenza, sebbene con modalità meno eclatanti rispetto al passato.

L’asse geopolitico con Hezbollah e Boko Haram

La vera metamorfosi risiede nella capacità di stringere accordi di pura convenienza economica in ogni angolo del pianeta. Le Nazioni Unite documentano una convergenza di interessi non solo con altri cartelli criminali, ma soprattutto con organizzazioni terroristiche laddove vi sia un reciproco vantaggio. L’epicentro di questa cooperazione si registra nella regione della Tripla Frontera, l’area di confine tra Argentina, Brasile e Paraguay. In questo quadrante geografico è accertata la compresenza di cosche della ‘ndrangheta, esponenti dei cartelli sudamericani (spostatisi dalla Colombia verso il sud del continente) e cellule dell’organizzazione sciita Hezbollah. Un incrocio in cui i terroristi facilitano il riciclaggio di denaro e garantiscono l’accesso alle rotte del narcotraffico dirette anche verso il Medio Oriente, ottenendo in cambio i finanziamenti necessari alle proprie attività eversive.

I tentacoli delle mafie italiane raggiungono inoltre l’Africa occidentale, in particolare il delta del Lagos in Nigeria, territorio in cui opera la sigla terroristica Boko Haram. Parallelamente, l’intera fascia del Sahel si è consolidata come rotta primaria per il transito del narcotraffico, ponendosi come alternativa ai tradizionali canali d’ingresso della cocaina diretti verso Spagna, Portogallo e il porto di Rotterdam. Non mancano, infine, connessioni stabili con le mafie del sud-est asiatico sul fronte delle grandi frodi.

La fine della filiera unica: il sistema del “subappalto”

L’analisi dell’Unodc evidenzia un radicale mutamento nella logica commerciale del traffico di stupefacenti. Il modello tradizionale è tramontato: non esiste più un’unica organizzazione in grado di controllare l’intera filiera del container, dalla raccolta delle foglie di coca fino all’attracco nel porto di Gioia Tauro. Il mercato globale si è evoluto verso una parcellizzazione delle competenze basata sul subappalto a singole agenzie specializzate. Esistono intermediari e segmenti criminali che prendono in gestione specifiche fasi logistiche: il monitoraggio e il ricevimento dei container nei porti del Nord Europa; lo stoccaggio temporaneo delle sostanze stupefacenti all’interno di appartamenti in affitto; la successiva distribuzione capillare sul territorio.

L’alto livello di professionalizzazione della rete è testimoniato dal rinvenimento di veri e propri workshop e corsi di formazione dedicati ai corrieri della droga, strutturati per insegnare le tecniche per eludere i controlli doganali, occultare i carichi e ottimizzare lo spaccio.

Colpire la radice del problema: la sussistenza dei campesinos

Di fronte a un fenomeno di tale portata, l’Ufficio delle Nazioni Unite lancia un monito rigoroso: la convivenza con il fenomeno mafioso non è un’opzione praticabile, così come non è più sufficiente focalizzare gli sforzi esclusivamente sulle attività di repressione. Per sradicare il sistema è necessario intervenire sulle cause profonde e socio-economiche che alimentano la produzione primaria delle sostanze stupefacenti botaniche, come l’eroina e la cocaina.

“Bisogna andare a vedere le condizioni dei campesinos nelle regioni andine, in Colombia, in Bolivia e in Perù”, spiega Giovanni Gallo, evidenziando come per queste popolazioni la coltivazione della coca non sia una scelta delinquenziale, bensì una drammatica necessità di sussistenza.

Una dinamica speculare a quella che si osserva in Myanmar (Birmania) con i campi di oppio: qui le piogge monsoniche irrigano i terreni senza che il contadino debba compiere alcuno sforzo strutturale. È il narc trafficante a presentarsi sul posto tre volte l’anno per raccogliere il prodotto, pagare il coltivatore e dileguarsi, perpetuando un ciclo di dipendenza economica che costituisce il primo anello della catena criminale globale.

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