Il tempo dei rinvii e delle percentuali asettiche sta per esaurirsi. Il prossimo 30 giugno il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) si troverà davanti a un decisivo spartiacque, sollevando il velo su una realtà che oscilla tra obiettivi burocratici raggiunti e l’effettiva concretezza delle opere sul territorio. A fare il punto sulla situazione è una dettagliata analisi del giornalista Marco Iasevoli pubblicata sul quotidiano Avvenire, che evidenzia come, a un mese dal bivio finale, sia ancora estremamente complesso prevedere quali interventi rischino davvero il definanziamento e se le infrastrutture realizzate – in particolare quelle sociali come asili nido, ospedali di comunità e case della salute – avranno le gambe e le risorse necessarie per funzionare.
Fino a oggi, il percorso del Piano è stato caratterizzato da una cronica mancanza di piena trasparenza, complicata da ben sette revisioni complessive apportate dal Governo in carica. Questo scenario ha reso difficile una verifica reale dell’impatto degli investimenti: emblematico è il caso del programma Gol (Garanzia occupabilità lavoratori), costato 5 miliardi di euro, dove i risultati rischiano di essere conteggiati sul numero degli iscritti anziché sui lavoratori effettivamente inseriti nel mercato dell’impiego.
I numeri della spesa e il divario Nord-Sud
I grandi dati finanziari restituiscono un quadro in chiaroscuro. Secondo quanto monitorato dalla piattaforma OpenPnrr, a fine 2025 l’Italia aveva speso circa 104 miliardi di euro sui 194 totali stanziati (pari al 53,8%), con oltre cento misure giudicate “in ritardo”. I dati più recenti della Corte dei Conti indicano che la spesa ha toccato il 58% a febbraio e, sebbene sia verosimile ipotizzare il superamento della soglia del 65% nelle ultime settimane, il divario da colmare in vista delle scadenze resta notevole. Un impegno che ha comunque incassato il plauso dell’Unione Europea, espresso recentemente a Milano da Declan Costello, alto funzionario della Commissione, il quale ha definito l’Italia come il Paese con i maggiori progressi nell’attuazione del Piano.
Tuttavia, le preoccupazioni del mondo produttivo rimangono vive. Stefano Firpo, direttore generale di Assonime, ha sottolineato ad Avvenire il rischio di una deriva formalistica: se la misurazione dei target ha un valore puramente amministrativo e non pratico, l’impatto reale sul Paese rimarrà un’incognita. Se da un lato Firpo promuove il “metodo” basato sulla programmazione e sulla rendicontazione dei risultati (già applicato in parte ai Fondi Coesione), dall’altro solleva il grande interrogativo sui bilanci pubblici: dove si troveranno i fondi per garantire la continuità dei servizi nelle strutture completate?
Il 29% della Calabria
Il peso delle criticità emerge con forza nei nodi territoriali messi in luce dalla magistratura contabile. Nel Mezzogiorno i pagamenti procedono a rilento rispetto al Centro-Nord, evidenziando una faglia profonda: a fronte di un Veneto che viaggia al 54% dell’avanzamento finanziario, la Calabria fa registrare un pallido 29%. I rischi più acuti di mancata attuazione si concentrano proprio su digitalizzazione, innovazione tecnologica e assistenza territoriale. Sul fronte delle Case della comunità, ad esempio, sebbene l’obiettivo minimo di 1.038 strutture sia ormai a portata di mano, la Corte dei Conti rileva che solo il 3,8% degli edifici realizzati risulta pienamente attivo. Un dato che si traduce in un interrogativo immediato: una volta costruite le mura, chi gestirà e finanzierà queste strutture per i cittadini?
La scadenza di giugno e l’incognita del “Pnrr reale”
Sebbene il termine ultimo e inderogabile per la conclusione dell’intero Piano sia fissato al 31 agosto (salvo ulteriori negoziati con Bruxelles), la data del 30 giugno rappresenta un passaggio chiave. Entro la fine del mese scadranno con certezza oltre 60 miliardi di investimenti e circa 60 misure, traducibili in 45mila progetti gestiti in gran parte dagli enti locali, chiamati a presentare i certificati di ultimazione dei lavori. Parallelamente, entro il terzo trimestre dell’anno, l’Italia dovrà centrare gli ultimi 159 obiettivi per sbloccare la decima e ultima rata da 28,4 miliardi di euro.
Con oltre 122 miliardi di euro composti da prestiti che il Paese dovrà restituire, la trasparenza sulle opere diventa un dovere stringente. Per mettere in sicurezza i progetti in bilico, sono già state attivate soluzioni come la divisione in lotti degli interventi più complessi e lo stanziamento di fondi sussidiari che contano oltre 20 miliardi di euro per dare continuità alle opere oltre il 2026. Resta però il fatto che, per conoscere l’effettivo stato di salute e la reale ricaduta del Piano sul territorio nazionale e calabrese, sarà necessario un definitivo atto di chiarezza che richiede, prima di tutto, coraggio politico.



