La questione della delocalizzazione dei depositi costieri riporta al centro del dibattito un tema che, secondo lo storico Antonio Montesanti, va ben oltre le singole emergenze: il rapporto tra il territorio e il governo del porto di Vibo. Per Montesanti, tra i promotori della proposta di rinominare Vibo Marina in Porto Santa Venere, gli eventi degli ultimi mesi hanno messo in evidenza un limite strutturale dell’attuale sistema di governance portuale. Un limite che nasce dalla riforma del 2016, quando il porto di Vibo Valentia è entrato a far parte dell’Autorità di Sistema Portuale dei Mari Tirreno Meridionale e Ionio.
Il futuro del porto calato dall’alto
Una scelta che puntava a razionalizzare la gestione dei porti italiani, ma che oggi, secondo lo storico, lascia aperta una domanda fondamentale: può essere programmato il futuro del porto senza che il Comune di Vibo Valentia partecipi in modo diretto alle sedi dove vengono assunte le decisioni strategiche? Per Montesanti la risposta è negativa.
“Non è una battaglia campanilistica – sostiene – ma una questione di rappresentanza istituzionale e di buon governo del territorio”.
Il porto di Vibo, infatti, non rappresenta una semplice infrastruttura periferica all’interno del sistema regionale. Attorno alle sue banchine ruotano attività commerciali, traffici energetici, pesca professionale, cantieristica, turismo nautico, servizi logistici e centinaia di posti di lavoro. Ogni decisione sullo scalo produce conseguenze dirette sulla città e sulla sua economia.
Eppure, osserva Montesanti, il Comune non dispone di un ruolo deliberativo stabile negli organismi che definiscono le principali strategie dell’Autorità Portuale.
Il paradosso di uno dei principali porti calabresi
È proprio questo, secondo lo storico, il paradosso da affrontare. Da una parte Vibo ospita uno dei porti più importanti della Calabria, con funzioni commerciali, industriali, energetiche, pescherecce e turistiche. Dall’altra non partecipa direttamente alle decisioni che riguardano il suo sviluppo, le concessioni e la programmazione infrastrutturale. Una situazione che rischia di penalizzare gli scali considerati periferici rispetto al centro decisionale del sistema.
“Più un porto è lontano dalla sede in cui si decide, più rischia di vedere ridotta la propria capacità di orientare il futuro”, evidenzia Montesanti. La prova, secondo la sua analisi, arriva dalle numerose questioni ancora irrisolte: dalla delocalizzazione dei depositi costieri alle difficoltà dei collegamenti con l’area industriale, dalle criticità degli accessi portuali all’assenza di una moderna stazione marittima, fino alle problematiche legate alla cantieristica, al turismo nautico, ai servizi per i marittimi e all’utilizzo delle aree costiere.
Temi apparentemente diversi che, per Montesanti, condividono una stessa origine: la frammentazione delle responsabilità e la distanza tra chi decide e chi vive quotidianamente le conseguenze delle decisioni.
Porto e città non possono essere separati
Al centro della riflessione c’è un principio semplice: non è possibile pianificare lo sviluppo urbano senza governare il porto, così come non è possibile programmare il porto senza considerare la città, le sue economie e i suoi servizi. Per questo, secondo Montesanti, non bastano tavoli tecnici occasionali o momenti di confronto episodici con l’Autorità di Sistema Portuale.
Serve invece una revisione del modello di rappresentanza che garantisca al Comune di Vibo Valentia una presenza stabile e un ruolo effettivo nei processi decisionali. Una richiesta che viene motivata non con la volontà di ottenere privilegi, ma con l’esigenza di tutelare gli interessi di una comunità che ospita il porto, ne sostiene i servizi, ne subisce gli impatti e condivide rischi e opportunità. Tra le priorità indicate figurano la tutela delle economie portuali locali, la valorizzazione delle attività produttive legate al mare e una programmazione infrastrutturale compatibile con il paesaggio costiero e la vocazione turistica del territorio.
La battaglia della rappresentanza
Nella riflessione di Montesanti emerge anche una lettura più ampia della vicenda. La riforma del 2016 ha trasformato il porto da espressione di una comunità locale a nodo di una rete logistica nazionale. Un modello che ha certamente migliorato il coordinamento amministrativo, ma che rischia di indebolire il peso delle realtà territoriali meno centrali.
Da qui l’invito a trasformare il tema in una vera battaglia pubblica fondata sul principio della rappresentanza democratica: chi subisce gli effetti delle decisioni deve poter partecipare al processo decisionale.
“Vibo non è una semplice appendice di Gioia Tauro – sostiene Montesanti – ma una realtà portuale con una storia millenaria e funzioni specifiche”. Per questo motivo la questione non riguarda soltanto l’assetto amministrativo del porto, ma il rapporto stesso tra comunità e istituzioni.
Restituire una voce al territorio
Lo storico richiama infine la lunga tradizione marittima del territorio, dalla Vibona romana a Bivona medievale, fino a Porto Santa Venere e all’attuale Vibo Marina. Nessuno, precisa, chiede un ritorno ai modelli del passato. Ciò che viene rivendicato è la possibilità per il territorio di incidere sulle scelte che ne determineranno il futuro.
“Vibo Valentia non può continuare ad essere il porto di cui tutti decidono e che nessuno rappresenta”, è il messaggio conclusivo. Una posizione destinata ad alimentare il confronto politico e istituzionale nei prossimi mesi, soprattutto mentre sullo scalo vibonese restano aperte partite decisive per lo sviluppo economico, urbanistico e turistico dell’intero territorio.
Perché, come conclude Montesanti, “una città che rinuncia a decidere del proprio porto finisce, prima o poi, per rinunciare a decidere del proprio futuro”.



