Il nuovo Piano di Emergenza Esterna della Meridionale Petroli mette Vibo Marina, una volta per tutte, davanti a una verità che da anni si tenta di aggirare: la favola del turismo è finita. Ogni concetto in tal senso resterà uno slogan.
Dentro quelle pagine non c’è retorica. C’è la realtà. Una realtà fatta di depositi di carburante nel cuore della frazione, di abitazioni, ristoranti, stabilimenti balneari e attività commerciali che vivono letteralmente a pochi passi da un impianto classificato a rischio di incidente rilevante. E soprattutto c’è un dato politico che pesa più di ogni altro: tutto viene costruito come se quel deposito dovesse restare lì per sempre.
La favola del turismo è finita
Per anni si è raccontata un’altra storia. La Vibo Marina del porto turistico, del waterfront, della vocazione balneare, del mare come motore economico. Una narrazione ripetuta tra conferenze stampa e documenti programmatici, utile a disegnare una città da favola che però, nei fatti, non è mai stata liberata dai suoi vincoli più pesanti.
Il piano non è politico, ed è proprio questo il problema per la politica. Perché mentre la politica prometteva turismo, il documento tecnico si occupa di tutt’altro: gestire l’emergenza, organizzare evacuazioni, definire scenari di rischio, stabilire procedure di sicurezza. Non si chiede mai se quella presenza industriale sia compatibile con il futuro della zona. Lo dà per scontato. E su quel presupposto costruisce tutto il resto.
Nessuno mette in discussione i depositi
Tradotto: nessuno mette in discussione il deposito. Tutti si limitano a organizzare la convivenza, la sua stabile e inattaccabile permanenza. Ed è qui che la responsabilità politica diventa evidente.
Perché mentre si parlava di rilancio e di investimenti, nessuno ha mai affrontato davvero il nodo centrale: la presenza della Meridionale Petroli nel cuore di un’area che si continua a definire turistica. Nessuna scelta netta, nessuna battaglia seria sulla delocalizzazione, nessuna presa di posizione capace di rompere un equilibrio che, di fatto, blocca qualsiasi prospettiva di sviluppo coerente. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Restano i post del sindaco di Vibo Enzo Romeo, rimasto l’unico a difendere di avere difeso una manciata di parcheggi. Altrimenti c’è da immaginare che l’Autorità Portuale avrebbe già individuato uno spazio per delocalizzare gli stabilimenti nella zona della tendopoli di San Ferdinando. E poi la politica, quella a cui non costa nulla fare qualche interrogazione; resta l’offesa all’intero Consiglio comunale di avere dato una direttiva precisa; resta il silenzio dei parlamentari, della Regione, di quei consiglieri regionali mandati a rappresentare questo territorio e che si tengono volutamente alla larga dalla vicenda. Resta su tutto l’incapacità di dire cosa fare di Vibo Marina.
Vincoli, rischi e limitazioni strutturali
La prospettiva è chiara: da una parte la narrazione del turismo come futuro. Dall’altra un piano che certifica un presente fatto di vincoli, rischi e limitazioni strutturali. In mezzo, una politica che per anni ha preferito convivere con questa contraddizione invece di affrontarla. E oggi si arriva al paradosso. Si difendono gli spazi di parcheggio come se fosse quello il tema decisivo per il destino di Vibo Marina, si rivendicano piccole mediazioni quotidiane, si raccontano battaglie di dettaglio. Ma il punto vero – quello strutturale – resta intoccato. E intatto.
Gioia Tauro a Vibo Marina
È qui che il linguaggio cambia inevitabilmente di tono: non è più solo un tema tecnico o urbanistico, ma una questione di scelte mancate. Perché un territorio che vuole essere turistico non può continuare a essere disegnato attorno a un’infrastruttura industriale di questo tipo, con tutto ciò che comporta in termini di sicurezza, pianificazione e immagine. Ora l’Autorità Portuale, che ha messo il suo vessillo su Vibo Marina e Palazzo Luigi Razza può stare tranquilla e può annunciare di avere portato Gioia Tauro a Vibo Marina e Vibo Marina ai confini con la tendopoli.



