Sanità, il bivio del Consiglio regionale: due visioni a confronto per salvare i presidi di montagna

Da una parte la proposta popolare firmata da 10 mila cittadini, dall'altra il piano del centrodestra basato sulla telemedicina. È scontro sui servizi

Il futuro degli ospedali montani calabresi si gioca attorno a due visioni politiche radicalmente contrapposte. Come riportato in un articolo del giornalista Sergio Pelaia sulle pagine della Gazzetta del Sud, l’unico punto di contatto tra i due progetti di legge attualmente al vaglio del Consiglio regionale è la diagnosi di partenza: le drammatiche criticità strutturali in cui versano i presidi di Acri, San Giovanni in Fiore, Serra San Bruno e Soveria Mannelli, segnati da anni di tagli e privazioni. La posta in gioco è altissima, poiché interessa un bacino d’utenza che supera i 40 mila residenti, ma che sale a quasi 110 mila cittadini se si considerano le comunità limitrofe che dipendono da queste strutture per il diritto alla salute.

Le due proposte a confronto

Da una parte si colloca la proposta di legge di iniziativa popolare, che ha già incassato il sostegno di ben 10 mila firme ed è sostenuta dai quattro comitati civici dei rispettivi Comuni. Questo testo propone una soluzione strutturale netta: scorporare i quattro ospedali montani dalle rispettive Asp provinciali per farli confluire in un’unica Azienda Ospedaliera regionale, garantendo loro la configurazione di presidi Spoke.

Dall’altra parte si staglia il progetto di legge della maggioranza di centrodestra, depositato alla segreteria di Palazzo Campanella lo scorso 21 maggio da sette tra capigruppo e consiglieri regionali (Domenico Giannetta, Angelo Brutto, Pierluigi Caputo, Giuseppe Mattiani, Vito Pitaro, Rosaria Succurro e Gianpaolo Bevilacqua). Una presentazione avvenuta a tre giorni dalle elezioni amministrative che hanno ridefinito le guide di San Giovanni in Fiore e Serra San Bruno, ma che al di là del fattore temporale si distanzia nettamente dalla proposta popolare sul piano dei contenuti, focalizzandosi su telemedicina, telemonitoraggio e teleconsulto specialistico.

Le linee guida della maggioranza e l’allarme dei Comitati

Il testo del centrodestra individua una serie di indirizzi organizzativi per il “rafforzamento funzionale” delle strutture montane, ipotizzando lo sviluppo di: funzioni assistenziali integrate; attività di emergenza e stabilizzazione; servizi diagnostici, specialistici e attività chirurgiche compatibili con gli standard vigenti; sistemi di telemedicina e modelli di presa in carico territoriale per pazienti cronici e fragili.

Tuttavia, le reazioni del territorio non si sono fatte attendere. Il presidente del Comitato “San Bruno”, Rocco La Rizza (foto nel riquadro), esprime una posizione fortemente critica nei confronti del piano del centrodestra: “Praticamente riduce il personale sostituendolo con la tecnologia. Inoltre – denuncia La Rizza – parla di rinforzare il servizio di emergenza-urgenza, cioè di potenziare le ambulanze, non assumendo nuovo personale e non comprando nuovi mezzi, ma dando maggiore spazio ai privati”.

I promotori della legge popolare giudicano infatti “inadeguato” il presupposto che l’ospedale di zona montana debba limitarsi a essere un presidio per la stabilizzazione del paziente critico in vista di un successivo trasferimento nei mozzi della rete Hub e Spoke. La preoccupazione più grande che si respira tra le comunità montane è che, dietro la formula del potenziamento tecnologico, si celi il definitivo declassamento di questi ospedali, trasformandoli da veri e propri luoghi di cura a semplici centri di smistamento dei malati.

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