Porto-Città, la lezione di Genova e il futuro negato di Vibo Marina: dove il turismo cresce, ma il porto continua a guardare all’industria

Da una parte il modello Genova, che trasforma il fronte mare in sviluppo e attrattività. Dall'altra Vibo Marina, dove il turismo arretra nonostante numeri da record

C’è un filo che lega Genova a Vibo Marina. Si chiama Paolo Piacenza. Fino a poco più di un anno fa alla guida dell’Autorità Portuale di Genova, oggi presidente dell’Autorità di Sistema Portuale dei Mari Tirreno Meridionale e Ionio, Piacenza rappresenta il punto di contatto tra due realtà molto diverse ma accomunate da una stessa sfida: costruire un rapporto moderno tra porto e città.

A Genova questa sfida è diventata una strategia concreta. A Vibo Marina, invece, resta ancora una prospettiva lontana. Il tema è quello del “Porto-Città”, un modello che in Europa ha già trasformato numerose aree portuali, rendendole luoghi di sviluppo economico, turismo, servizi e qualità urbana. Genova oggi ne rappresenta uno degli esempi più avanzati.

Sul Waterfront di Levante, progettato da Renzo Piano, le vecchie aree portuali stanno lasciando spazio a residenze affacciate sul mare, nuovi approdi turistici, attività commerciali, ristorazione, spazi pubblici, percorsi pedonali e strutture dedicate al tempo libero. Il principio è semplice: le attività industriali restano nelle aree più adatte alla logistica, mentre le zone integrate con la città vengono restituite alle persone e all’economia turistica. Una visione moderna che punta a valorizzare il mare anziché separarlo dalla città.

Un progetto da sogno visto da Vibo Marina

Osservando quanto accade a Genova, viene naturale pensare  a Vibo Marina (- certo con le dovute diversità territoriali -). Perché qui il porto non è soltanto un’infrastruttura. È l’anima stessa della città. Vibo Marina vive di poche cose attorno alle sue banchine: collegamenti con le Isole Eolie, nautica, ristorazione e attività commerciali; vede però passare sulla sua testa il turismo pesante, quello che conta e che ogni anno sceglie la Costa degli Dei. Eppure tutto ciò che oggi prende forma a Genova, osservato dalle banchine del porto vibonese, sembra appartenere al mondo dei sogni. Mentre altrove si investe per rafforzare il turismo, creare servizi, migliorare l’accoglienza e rendere il mare sempre più accessibile, a Vibo Marina la sensazione è che stia accadendo l’esatto contrario.

Il turismo cresce ma perde spazio

I numeri parlano con chiarezza. Ed è necessario ricordarlo ancora una volta: nel 2024 la provincia di Vibo Valentia ha registrato oltre 444 mila arrivi e circa 2,5 milioni di presenze turistiche, confermandosi tra le principali destinazioni della Calabria. Ancora più significativo il dato relativo alla permanenza media, che supera le 5,5 notti. Chi arriva nel Vibonese resta, consuma, genera economia e crea opportunità per imprese, lavoratori e attività commerciali. In qualunque territorio questi numeri sarebbero sufficienti per orientare le strategie di sviluppo.

A Vibo Marina, invece, il turismo continua a dover difendere i propri spazi e, purtroppo, molto spesso è destinato a soccombere. Le scelte che interessano il porto sembrano andare nella direzione opposta rispetto alla vocazione naturale del territorio. Il perimetro destinato alle attività turistiche si restringe progressivamente, mentre l’industria continua ad avanzare, a mostrare i muscoli, a occupare posizioni centrali nella programmazione e nella pianificazione degli spazi portuali. Una dinamica che appare sempre più difficile da comprendere.

Il paradosso di Vibo Marina

Il vero paradosso è tutto qui. Genova, una delle città simbolo dell’industria portuale italiana, lavora per avvicinare il mare alla città e per trasformare parti del proprio waterfront in occasioni di sviluppo turistico e commerciale. Vibo Marina, che dovrebbe vivere di turismo per vocazione geografica, paesaggistica ed economica, continua invece a sacrificare questa prospettiva per un modello industriale che appartiene a un’altra epoca. Il piano di emergenza esterno a Meridionale Petroli che cancella di fatto il lungomare Vespucci e sacrifica il tratto di mare più frequentato della cittadina è l’esempio più evidente. L’industria guadagna spazi, verrebbe da dire: “distrugge ambiente ed economia”, senza con questo voler assumere toni provocatori. Il dato certo è che il turismo arretra.

Gli ex capannoni Civam che verranno presto abbattuti potrebbero diventare un’occasione straordinaria per immaginare una nuova relazione tra città e porto, con servizi per la nautica, attività commerciali, aree di accoglienza e nuovi spazi urbani affacciati sul mare. Il destino, invece, sembra segnato: quelle aree sembrano destinate prevalentemente a funzioni operative e movimentazioni industriali. Se così fosse, sarebbe l’ennesima occasione mancata. Perché Vibo Marina non ha bisogno di diventare una piccola area industriale sul mare. Ha bisogno di diventare pienamente ciò che è già per natura: la porta della Costa degli Dei.

La sfida di Paolo Piacenza

Proprio per questo il nome di Paolo Piacenza torna al centro della riflessione. Il suo arrivo alla guida dell’Autorità Portuale di Gioia Tauro era stato accolto con aspettative importanti. L’esperienza maturata a Genova e la visione sviluppata attorno al modello Porto-Città rappresentano oggi una delle migliori opportunità per immaginare una svolta anche in Calabria. Vibo Marina possiede tutte le caratteristiche per diventare un esempio virtuoso di integrazione tra porto, città e turismo; invece l’impressione è che si continui a puntare su un modello industriale che sottrae spazi, limita opportunità e mette in secondo piano la principale ricchezza del territorio. E questa, più che una scelta, rischia di diventare una rinuncia e bisognerebbe cominciare a prenderne atto.

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