Una sfida possibile, la sanità territoriale può cambiare il destino dei pazienti fragili

Il Dm 77 non è una riforma amministrativa ma una nuova idea di medicina: Vibo Valentia ha oggi l'opportunità di dimostrarlo

L’Italia è uno dei Paesi con la più elevata aspettativa di vita al mondo. È un risultato che racconta decenni di progresso scientifico, di prevenzione, di innovazione tecnologica e di qualità delle cure. Ma ogni conquista porta con sé nuove responsabilità. Se un tempo la grande sfida della medicina era evitare la morte prematura, oggi la vera sfida è garantire una vita lunga, autonoma e dignitosa a una popolazione sempre più anziana e sempre più fragile.

L’invecchiamento demografico rappresenta probabilmente il fenomeno che più di ogni altro sta modificando il volto della sanità. Ogni anno cresce il numero delle persone affette da scompenso cardiaco, broncopneumopatia cronica ostruttiva, diabete, malattie neurodegenerative, ictus, demenze e pluripatologie. Pazienti che raramente convivono con una sola patologia e che richiedono un’assistenza continua, personalizzata e multidisciplinare.

Un nuovo modello organizzativo

È cambiata l’epidemiologia, ma troppo spesso continuiamo a ragionare con un modello organizzativo pensato per un’altra epoca. Per oltre mezzo secolo il sistema sanitario è stato costruito attorno all’ospedale, luogo nel quale concentrare competenze, tecnologie e capacità di risposta alle emergenze. Quel modello ha rappresentato una straordinaria conquista della medicina moderna e continua a essere insostituibile nella gestione delle patologie acute. Tuttavia, non è più sufficiente. Oggi la maggior parte del carico assistenziale non deriva dalle emergenze, ma dalla gestione della cronicità e della fragilità. Il paziente sopravvive all’ictus, all’infarto, a un grave intervento chirurgico o a una polmonite, ma la vera partita si gioca dopo la dimissione.

Una via obbligata per non tornare in ospedale

È in quel momento che si decide se recupererà autonomia, se tornerà a camminare, se eviterà nuove ospedalizzazioni o se, al contrario, entrerà in un percorso di progressiva perdita funzionale e crescente dipendenza. Ogni 100 pazienti fragili dimessi dall’ospedale, circa 15-20 torneranno in ospedale entro il primo mese; entro un anno, fino a 30-40 potrebbero essere nuovamente ricoverati, a seconda della patologia e della complessità clinica. Tra 30 e 50 non recupereranno completamente il livello di autonomia precedente all’evento acuto. Dietro questi numeri ci sono persone che smettono di camminare, famiglie che diventano caregiver a tempo pieno e una comunità che sostiene un costo umano, sociale ed economico enorme.

Le nuove sfide della medicina

La medicina contemporanea ha imparato a salvare vite. Ora deve imparare a prendersi cura della vita che continua. È da questa consapevolezza che nasce il DM 77/2022, una delle riforme più importanti della sanità italiana degli ultimi decenni. Ridurlo a un elenco di Case della Comunità, Centrali Operative Territoriali o Ospedali di Comunità significa non coglierne il significato più profondo. Il decreto propone, prima ancora che una nuova organizzazione, una nuova cultura dell’assistenza. Sposta il baricentro dalla prestazione al percorso di cura, dall’episodio clinico alla persona, dalla frammentazione dei servizi alla continuità assistenziale.

Non è un caso che i principi sui quali si fonda coincidano quasi perfettamente con ciò che la migliore letteratura internazionale indica come determinante per migliorare gli esiti dei pazienti fragili: 1) presa in carico multidisciplinare, 2)continuità assistenziale, 3)monitoraggio clinico quotidiano, 4)riabilitazione precoce, 5)prevenzione proattiva delle complicanze, 6)rivalutazioni periodiche e 7) integrazione tra professionisti. Non si tratta di concetti astratti, ma di fattori che incidono concretamente sulla sopravvivenza, sull’autonomia e sulla qualità della vita.
La domanda, allora, è inevitabile. Questi principi producono davvero risultati? Oppure il DM 77 rischia di rimanere un’eccellente architettura normativa senza un reale impatto sulla pratica clinica?

Esperienze positive in un territorio difficile

Le esperienze maturate sul territorio iniziano oggi a fornire risposte che meritano attenzione. Tra queste, quella del Don Mottola Medical Center assume un particolare interesse perché rappresenta una vera “Prova sul Campo”, una dimostrazione concreta di ciò che può accadere quando la presa in carico multidisciplinare non rimane un principio teorico, ma diventa metodo di lavoro quotidiano. Nel quadriennio osservato sono stati assistiti quattrocento pazienti nei setting di Riabilitazione Estensiva e RSA Medicalizzata. La mortalità registrata nella Riabilitazione Estensiva è risultata pari al 6,7%, contro il 9% riportato in letteratura, mentre quella della RSA Medicalizzata si è attestata al 16,9%. Sono dati che, pur richiedendo le necessarie conferme attraverso studi multicentrici e analisi aggiustate per il rischio, risultano sensibilmente inferiori rispetto a quelli frequentemente riportati nella letteratura internazionale per popolazioni assistenziali analoghe, nelle quali la mortalità annuale delle strutture di long-term care oscilla spesso tra il 30 e il 40%.

I miracoli della Rsa medicalizzata

Tradotto in termini epidemiologici, questo significa che la mortalità osservata nella RSA Medicalizzata risulta inferiore di circa il 44% rispetto a una mortalità attesa del 30%, con una riduzione relativa che supera il 55% se il confronto viene effettuato con le casistiche più severe riportate in letteratura. Ancora più significativo appare il trend registrato negli ultimi quattro anni: la mortalità della RSA è progressivamente diminuita dal 25% nel 2023 a poco più del 10% nel 2026, suggerendo che il consolidamento del modello organizzativo possa aver contribuito a migliorare progressivamente gli esiti clinici. Ancora più marcato è il dato sulle reospedalizzazioni: 4,3% vs 15% p<.005 in RSA M1 e 3,9% vs 8,7% p<005 in RECC, valori inferiori rispetto ai range usual care dei pazienti post-acuti fragili.

La qualità della vita restituita alle persone

Questi risultati non dimostrano da soli causalità, ma rappresentano una forte dimostrazione sul campo: quando la presa in carico multidisciplinare, la continuità assistenziale, il monitoraggio quotidiano, la riabilitazione precoce e la prevenzione delle complicanze vengono applicati in modo sistematico, gli esiti osservati possono migliorare in modo misurabile. Naturalmente questi dati non autorizzano conclusioni semplicistiche. La mortalità e la morbilità dipendono da numerosi fattori: età, gravità clinica, comorbilità, selezione della casistica e caratteristiche della popolazione assistita. Tuttavia, essi risultano perfettamente coerenti con ciò che la letteratura descrive da anni: quando il paziente viene seguito attraverso un percorso strutturato, multidisciplinare e continuo, gli esiti tendono a migliorare.

Al Don Mottola i processi sanitari sono declinati garantendo i drivers del DM 77: 1) presa in carico multidisciplinare, 2)continuità assistenziale, 3)monitoraggio clinico quotidiano, 4)riabilitazione precoce, 5)prevenzione proattiva delle complicanze, 6) rivalutazioni periodiche e 7) integrazione tra professionisti. Ma forse il dato più importante non è neppure la mortalità. È la qualità della vita restituita alle persone. Dietro ogni percentuale ci sono anziani che recuperano la capacità di alimentarsi autonomamente, pazienti che tornano a mantenere la stazione eretta dopo un ictus, persone che evitano una nuova ospedalizzazione, famiglie che vedono ridursi il peso dell’assistenza quotidiana. Ogni punto recuperato nella valutazione rappresenta un passo verso una maggiore autonomia.

Non servono nuove strutture ma nuovi percorsi di vita

Ogni complicanza evitata significa meno sofferenza, meno ricoveri, meno costi sociali. La medicina territoriale non produce soltanto salute: restituisce dignità. È proprio questo il significato più autentico del DM 77. Non costruire nuove strutture, ma costruire nuovi percorsi di vita. La qualità di una rete territoriale non si misura solo con gli esiti della fase acuta, ma dalla capacità di accompagnare la persona lungo tutto il percorso della malattia, evitando che la dimissione ospedaliera coincida con l’interruzione delle cure.

Per la provincia di Vibo Valentia, questa riforma rappresenta una straordinaria occasione storica. Il territorio dispone oggi della possibilità di realizzare una rete integrata nella quale ospedali, Case della Comunità, Centrali Operative Territoriali, medici di medicina generale, specialisti ambulatoriali, assistenza domiciliare, RSA Medicalizzate e strutture riabilitative non operino come realtà separate, ma come componenti di un unico sistema. La sfida non sarà semplicemente attivare nuovi servizi. Sarà farli dialogare, condividere informazioni, costruire progetti assistenziali comuni e assumersi insieme la responsabilità degli esiti.

L’esempio del Don Mottola Medical Center

L’esperienza del Don Mottola Medical Center dimostra che questa integrazione è possibile. Non rappresenta un punto di arrivo, né un modello da imitare in maniera acritica. Rappresenta piuttosto una prova concreta del fatto che i principi del DM 77 possono essere tradotti in pratica clinica e che, quando ciò avviene, i risultati diventano misurabili. È questo il significato della proof of concept: dimostrare che un’idea può funzionare e che vale la pena estenderla all’intera rete territoriale. La vera sfida della sanità vibonese, dunque, non consiste soltanto nell’attuare una riforma. Consiste nel trasformarla in una cultura condivisa della presa in carico. Se sapremo costruire una rete nella quale ogni professionista si senta corresponsabile del percorso assistenziale, il territorio potrà diventare un laboratorio di innovazione sanitaria capace di coniugare appropriatezza clinica, sostenibilità e umanizzazione delle cure.
Alla fine, il successo del DM 77 non sarà giudicato dal numero delle Case della Comunità aperte o delle Centrali Operative attivate. Sarà giudicato da un indicatore molto più semplice e molto più umano: quante persone fragili riusciranno a vivere più a lungo, con maggiore autonomia, meno sofferenza e una migliore qualità della vita. La più grande innovazione della sanità territoriale consiste nel costruire un sistema capace di prendersi cura delle persone. Ed è questa, oggi, la più grande opportunità che ha davanti la provincia di Vibo Valentia.

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