L’impianto agrifotovoltaico denominato “Pizzo-Vinci” non sarebbe compatibile con il futuro della Piana degli Scrisi. È questa la posizione espressa da Archeoclub d’Italia A.P.S. – Ente del Terzo Settore, Coordinamento regionale della Calabria, che, attraverso un comunicato, evidenzia come siano proprio gli “elaborati tecnici presentati dalla società proponente a descrivere un territorio di straordinario valore storico, paesaggistico e geologico, tale da rendere necessaria una valutazione negativa del progetto”. L’associazione ribadisce che “la transizione energetica rappresenta una necessità per il futuro, ma sottolinea la necessità che venga realizzata attraverso scelte rispettose dei territori, individuando aree idonee e preservando quei paesaggi che costituiscono un patrimonio culturale e ambientale non riproducibile”.
Secondo Archeoclub d’Italia, “una prima analisi della documentazione allegata alla richiesta di autorizzazione presentata al Dipartimento Ambiente della Regione Calabria evidenzierebbe numerosi elementi di criticità”. In particolare, contestata la “mancata considerazione del valore del paesaggio agrario e produttivo esistente, nel quale si inserisce la coltivazione del grano antico Rosìa, varietà da conservazione riconosciuta dal Ministero dell’Agricoltura, iscritta al Registro regionale della Biodiversità agraria e candidata a Presidio Slow Food”.
Il valore del paesaggio agricolo e la tutela della biodiversità
Per l’associazione, la Piana degli Scrisi rappresenta un “esempio di paesaggio rurale storico ancora leggibile, dove convivono colture tradizionali, pratiche agricole, aziende legate alla memoria produttiva locale e un equilibrio tra morfologia naturale, coltivazioni, visuali aperte e permanenze storiche”. Un insieme di elementi che, secondo Archeoclub, “rientra pienamente nella definizione di paesaggio tutelata dalla Convenzione Europea del Paesaggio e dal Codice dei Beni Culturali”. La presenza del grano antico Rosìa è indicata come uno degli elementi identitari dell’area, simbolo di un’agricoltura legata alla storia locale e alla conservazione della biodiversità. Per Archeoclub, la trasformazione del territorio proposta dal progetto rischierebbe di incidere su un sistema agricolo e paesaggistico che rappresenta già un patrimonio culturale.
Dalle tracce del Paleolitico alla viabilità romana
Particolare attenzione posta anche al patrimonio archeologico dell’area. Le ricognizioni condotte dall’associazione culturale Paolo Orsi hanno portato al rinvenimento di choppers del Paleolitico, risalenti a circa 250 mila anni fa, mentre ai piedi del sistema collinare sono emersi materiali litici e ceramici riferibili al Neolitico. Ulteriori testimonianze individuate durante uno scavo archeologico effettuato nel 2004 in contrada Cutà dalla Soprintendenza. La documentazione archeologica, secondo Archeoclub, “confermerebbe una frequentazione dell’area senza soluzione di continuità dall’Età del Bronzo fino al Medioevo, con la presenza di testimonianze comprese tra il IV secolo a.C. e la prima età imperiale, tra cui necropoli, insediamenti rurali, ville romane e antiche direttrici viarie come la storica ‘Via Grande’, collegata al sistema della Via Annia-Popilia e alla valle dell’Angitola”.
Criticità geologiche e richiesta di rigetto del progetto
Anche sotto il profilo geologico si evidenziano “diverse criticità. Gli studi allegati al progetto descriverebbero infatti terreni localmente erodibili, aree permeabili e degradate, versanti interessati da fenomeni franosi, attraversamenti di impluvi e zone caratterizzate da differenti livelli di pericolosità idraulica”. La stessa relazione geologica individuerebbe nel settore centrale del cavidotto una delle aree più delicate dell’intervento, rinviando ulteriori verifiche geognostiche, geotecniche e di stabilità alle successive fasi progettuali.
“Ci troviamo di fronte a un territorio che gli stessi elaborati progettuali descrivono come un paesaggio rurale storico ancora integro, un’area agricola strategica per la biodiversità, un contesto ad elevata sensibilità archeologica e un settore geologicamente fragile”, sostiene Archeoclub d’Italia. Per l’associazione, questi elementi dimostrerebbero che la Piana degli Scrisi “non rappresenti un luogo idoneo alla realizzazione di un impianto industriale superiore ai 45 MW, poiché gli stessi documenti tecnici riconoscerebbero la presenza di valori storici, archeologici e paesaggistici incompatibili con la trasformazione proposta”.
La richiesta
Archeoclub chiede quindi che “il procedimento autorizzativo venga esaminato con il massimo rigore, applicando il principio di precauzione e attribuendo pieno valore alle risultanze degli studi allegati, che secondo l’associazione dovrebbero condurre al rigetto del progetto”. L’organizzazione annuncia inoltre il proprio sostegno alle iniziative che enti locali e associazioni del territorio vorranno promuovere per contrastare un intervento ritenuto potenzialmente in grado di compromettere un paesaggio che custodisce oltre tremila anni di storia, biodiversità, tradizioni agricole e identità delle comunità locali.



