Ci sono provvedimenti destinati a incidere sul futuro di un territorio molto più di quanto possa apparire nell’immediato. Il Piano comunale di spiaggia, approvato all’unanimità dal Consiglio comunale di Vibo Valentia dopo un iter durato quasi quindici anni, appartiene certamente a questa categoria. Il dato che emerge con maggiore evidenza è uno: circa l’80 per cento del litorale resterà destinato alla libera fruizione, mentre solo il restante 20 per cento potrà ospitare stabilimenti balneari, servizi e nuove iniziative imprenditoriali legate al turismo. Il dato ormai è a disposizione di tutti.
Nessuno mette in discussione il valore delle spiagge libere, che rappresentano un patrimonio da tutelare. Il punto, però, è un altro: se quella percentuale finisca per trasformarsi in un limite strutturale alla crescita dell’offerta turistica proprio mentre si parla di rilancio di Vibo Marina come porta d’accesso alla Costa degli Dei.
Un equilibrio che divide
Il Piano nasce con l’obiettivo di disciplinare l’utilizzo del demanio marittimo e di garantire ampi spazi di fruizione pubblica. È una scelta legittima, che il Consiglio comunale ha condiviso senza distinzioni politiche. Resta però aperta una questione di prospettiva.
Se gli spazi destinati a nuovi insediamenti balneari vengono ridotti al minimo, dove potranno nascere nuovi servizi? Dove troveranno spazio gli investimenti privati? Dove sarà possibile realizzare strutture capaci di elevare la qualità dell’accoglienza e rendere più competitiva l’offerta turistica? Sono interrogativi che il voto unanime non ha alimentato nel dibattito consiliare e che oggi restano senza una risposta chiara.
Il silenzio della rappresentanza economica
Ma c’è un altro elemento che colpisce almeno quanto il contenuto del Piano. Su una scelta destinata a incidere sul futuro economico del litorale non si è registrata alcuna presa di posizione del mondo produttivo. Non risultano interventi da parte delle associazioni che rappresentano gli operatori turistici, ammesso che sul territorio esista un organismo realmente rappresentativo del comparto. Nessuna voce è arrivata nemmeno dalle organizzazioni del commercio, che del turismo costituiscono una componente essenziale, né da Confindustria per il settore turistico. E’ un silenzio che sorprende perché quando si discute del futuro della costa si discute inevitabilmente anche del futuro delle attività economiche, dell’occupazione e delle opportunità per le imprese.
La sfida è sulla qualità dell’offerta
Oggi la competitività di una destinazione balneare non dipende esclusivamente dalla bellezza del mare per la quale è necessario battersi. Allo stesso modo conta la qualità dei servizi, la capacità di attrarre investimenti, l’accessibilità, gli spazi dedicati allo sport, alla ristorazione, agli eventi e alle famiglie. Ogni nuovo stabilimento, se inserito in un quadro di regole e sostenibilità, può rappresentare un elemento di sviluppo economico e occupazionale. Limitare in modo significativo le aree destinate a queste attività significa inevitabilmente restringere anche le possibilità di crescita del sistema turistico locale.
Un dibattito che non c’è stato
L’aspetto forse più significativo dell’intera vicenda non è nemmeno il contenuto del Piano, ma l’assenza di un vero confronto pubblico. Il centrosinistra in fondo l’ha portato a termine e il centrodestra che oggi è all’opposizione l’ha pensato e non poteva stracciarlo e buttarlo nel cestino. Tutto, ovviamente, sulla pelle di Vibo Marina e del territorio. Il documento è stato approvato all’unanimità, senza che emergessero visioni alternative sul modello di sviluppo del litorale. E anche fuori dall’aula consiliare il dibattito è rimasto sostanzialmente assente.
Eppure Vibo Marina continua a inseguire l’obiettivo di diventare un punto di riferimento della Costa degli Dei, mentre resta alle prese con questioni irrisolte che tutti conoscono a cominciare dalle servizi che si mettono al servizio dell’industria e delle aziende e guarda caso sulle banchine del porto mentre l’area industriale di Portosalvo rimane nell’abbandono e nel degrado altro che strada di collegamento per la movimentazione delle merci. Parole al vento e visite (spicca su tutte quella di Sergio Abramo alla guida di Arsai) che lasciano il tempo che trovano; incontri e parole che non generano atti concreti. Un “fallimento” verrebbe da commentare.
In questo scenario il vero dominus del futuro di Vibo Marina continua a essere l’Autorità portuale. È l’ente che decide il destino delle aree strategiche, detta le condizioni e orienta le scelte, mentre la politica locale, quasi sempre, si limita ad adeguarsi. Gli amministratori recitano il ruolo delle comparse; gli attori principali sono altri. A pagare le conseguenze è il territorio e tutti quei giovani che vanno via e che non potranno aspirare e mettere in essere una iniziativa, un progetto sul proprio territorio.
Una calasse dirigente incapace di interrogarsi sul futuro del territorio
In questo contesto il Piano spiaggia avrebbe potuto rappresentare uno degli strumenti per immaginare il litorale dei prossimi decenni. La politica ha compiuto la propria scelta e ne rivendica la bontà. Colpisce, invece, che il territorio economico e produttivo non abbia ritenuto di intervenire nel merito, né per sostenerla né per contestarla.
E quando una decisione destinata a incidere sul futuro turistico di un territorio non genera alcun confronto tra politica, imprese e categorie economiche e tutto scorre come acqua fresca il problema potrebbe non essere soltanto il Piano spiaggia, ma la fragilità di una classe dirigente incapace di interrogarsi sul modello di sviluppo che intende costruire per Vibo Marina e non solo.



