È un numero che dovrebbe far riflettere più di molte analisi: +108,4%. È la distanza che separa in Calabria il reddito medio lordo di un lavoratore dipendente privato da quello di un dipendente pubblico. Nel primo caso la media è di 16.700 euro lordi annui, nel secondo arriva a 34.800. Significa che, secondo i dati Inps presi in esame, il reddito medio del pubblico è più del doppio di quello del privato.
Non è una semplice differenza tra due categorie di lavoratori. È la fotografia di un’economia regionale nella quale il lavoro privato continua a produrre redditi molto più bassi rispetto a quelli garantiti mediamente dal settore pubblico. E il confronto con altre aree del Paese rende il quadro ancora più evidente.
Il dato calabrese è il più pesante
In Lombardia il reddito medio lordo è di 31.500 euro nel privato e 34.200 nel pubblico: appena l’8,6% in più. In Piemonte il rapporto è di 27.200 contro 35.100 euro, con una differenza del 29%. Poi si scende al Sud e la forbice si allarga: in Campania il divario arriva al 95,7%, in Sicilia al 94,6%. In Calabria raggiunge il 108,4%. Un esempio concreto aiuta a comprendere la portata della differenza. Dividendo semplicemente le medie annuali per dodici mensilità, si passa da circa 1.390 euro lordi al mese nel privato a circa 2.900 nel pubblico. Non sono, naturalmente, gli stipendi effettivamente percepiti da ogni singolo lavoratore, ma una media statistica. Ed è proprio la distanza tra le due medie a raccontare la struttura del mercato del lavoro.
Non è una guerra tra pubblico e privato
Il dato non va interpretato come una critica al lavoro pubblico. Scuola, sanità, sicurezza, amministrazione e servizi pubblici hanno bisogno di personale qualificato e adeguatamente retribuito. Il problema riguarda piuttosto la debolezza del settore privato. In Calabria molte attività sono concentrate in comparti dove gli stipendi sono più bassi e dove sono frequenti contratti stagionali, part-time e occupazioni discontinue. Il turismo offre un esempio evidente: un lavoratore impiegato soltanto per alcuni mesi dell’anno può avere un reddito annuale molto più basso rispetto a chi lavora stabilmente per dodici mesi.
Una struttura economica che rischia di bloccarsi
A questo si aggiungono l’economia sommersa e il lavoro irregolare, che possono contribuire a comprimere i redditi ufficialmente registrati. Ma c’è anche una questione di qualità dell’occupazione. La pubblica amministrazione concentra infatti numerose professionalità qualificate e impieghi generalmente più stabili. Nel privato meridionale, invece, una parte consistente dell’occupazione si concentra nelle piccole imprese e nei settori a minore valore aggiunto. Il risultato è un circuito difficile da spezzare: salari bassi rendono più difficile trattenere i giovani qualificati; la perdita di competenze indebolisce le imprese; imprese più deboli hanno meno capacità di investire e aumentare gli stipendi.
La vera emergenza è creare lavoro privato migliore
Il dato del 108,4% dovrebbe quindi diventare una questione economica e politica, non uno slogan. La Calabria ha bisogno di un settore privato capace di creare occupazione stabile, produttività e retribuzioni più alte. Non serve abbassare gli stipendi pubblici per ridurre la distanza. Serve alzare quelli privati. Più investimenti, maggiore produttività, formazione, legalità nei rapporti di lavoro e imprese capaci di crescere sono le condizioni necessarie per cambiare questa fotografia.
Perché il problema, alla fine, è tutto dentro quei 16.700 euro medi: se il lavoro privato continua a valere così poco, sarà difficile chiedere ai giovani calabresi di costruire qui il proprio futuro.




