La diga del Metramo ha 26,5 milioni di metri cubi d’acqua, ma la Calabria non riesce ancora a utilizzarli

Mentre l’Italia torna a fare i conti con la siccità, l’invaso di Galatro conserva una risorsa che potrebbe irrigare 8 mila ettari: il 95% dell’acqua resta però inutilizzabile per opere mai completate e ritardi burocratici

C’è tutta la contraddizione della Calabria dentro quei 26,5 milioni di metri cubi d’acqua. Sono lì, nella diga del Metramo, nel territorio di Galatro, provincia di Reggio Calabria. Un’enorme riserva idrica che potrebbe garantire fino a 35 milioni di metri cubi l’anno, abbastanza per irrigare circa 8 mila ettari di terreno agricolo, quasi un terzo della Piana di Gioia Tauro. Eppure quell’acqua, oggi, non può essere utilizzata. O quasi. A uscire dalla base dell’invaso è soltanto una quantità minima, intorno al 5% del totale, sufficiente a irrigare circa 400 ettari. Il restante 95% rimane imprigionato nel bacino. Non per mancanza d’acqua, ma per mancanza delle opere necessarie a portarla dove serve. Mancano le condotte di derivazione per l’irrigazione e l’impianto di potabilizzazione che potrebbe rendere disponibile la risorsa anche per gli usi civili.

È una storia che torna sulle pagine nazionali nel momento forse più significativo. Il Sole 24 Ore, con un articolo a firma di Lello Naso, ha scelto proprio questa fase, mentre l’Italia è alle prese con una delle emergenze idriche più pesanti degli ultimi anni, per riportare l’attenzione sulla diga del Metramo e, attraverso questa vicenda, sulle responsabilità della politica e della macchina amministrativa calabrese. Il quotidiano economico ha ricordato come l’Italia stia affrontando un nuovo rischio siccità e come la gestione delle risorse idriche richieda infrastrutture, programmazione e capacità di trasformare l’acqua disponibile in una risorsa realmente utilizzabile.

Una diga pensata negli anni Cinquanta

La storia del Metramo comincia addirittura negli anni Cinquanta, quando il Consorzio di Bonifica Tirreno Reggino cominciò a studiare un’opera considerata allora quasi visionaria: portare acqua all’agricoltura di un territorio fertile ma strutturalmente povero di risorse idriche. Il progetto incontrò resistenze, dubbi tecnici e discussioni sulla sicurezza in un territorio sismico.

La svolta arrivò nel 1973, quando la Cassa del Mezzogiorno finanziò l’opera e affidò il progetto all’ingegnere Giuseppe Baldovin. Nacque una diga in terra e pietrame, alta oltre cento metri, realizzata tra il 1981 e il 1998. Ma anche dopo la conclusione dei lavori la Calabria riuscì nell’impresa di lasciare inutilizzata la propria diga: per il collaudo definitivo bisognerà attendere il 2013, quindici anni dopo la fine dei lavori.

Nel frattempo il Metramo è diventato una fotografia perfetta delle grandi opere calabresi: progettate, finanziate, costruite, ma incapaci di produrre pienamente gli effetti per i quali erano state concepite. Il costo dell’opera, insieme alle spese successive di manutenzione, pesa ancora oggi sul territorio. E a pagare il conto sono anche gli agricoltori, costretti a ricorrere ai pozzi privati per approvvigionarsi di acqua a costi molto più elevati.

Il lago c’è, manca il modo per portare l’acqua nei campi

Il paradosso diventa ancora più evidente osservando l’invaso. Il Metramo appare come un lago incastonato tra la vegetazione delle Serre, lontano dall’immagine tradizionale di una grande infrastruttura incompiuta. Eppure basta guardare le opere di derivazione per capire il problema: l’acqua c’è, ma non può essere trasferita nei territori agricoli. Dopo il collaudo, la partita avrebbe dovuto essere ormai conclusa. Invece i lavori della galleria di derivazione si sono fermati dopo essere stati realizzati soltanto in parte. Ne è seguito un lungo contenzioso tra il Consorzio e le imprese appaltatrici, accompagnato dalle controversie legate agli espropri. Una vicenda arrivata fino al Tribunale superiore delle acque pubbliche di Napoli e conclusa nel 2022 con il rigetto delle richieste risarcitorie avanzate dalle imprese.

La macchina, almeno sulla carta, si è rimessa in movimento. Nel 2025 Regione Calabria e Ministero delle Infrastrutture hanno concordato una rimodulazione degli interventi, successivamente passata al vaglio della Corte dei Conti. Le risorse disponibili, circa 26,5 milioni di euro, dovrebbero essere concentrate sulle condotte di derivazione. Altri 7,7 milioni messi a disposizione dalla Regione serviranno per l’impianto di potabilizzazione destinato anche all’acquedotto di Laureana di Borrello.

La politica davanti alla prova dell’acqua

È qui che la vicenda del Metramo smette di essere soltanto una storia di burocrazia e diventa una questione politica. Perché in una Calabria che continua a chiedere investimenti, che denuncia la fragilità delle proprie infrastrutture e che vede l’agricoltura combattere ogni estate contro la scarsità d’acqua, lasciare inutilizzato il 95% di una risorsa già disponibile rappresenta un paradosso difficilmente spiegabile.

Il sindaco di Galatro, Sandro Sorbara, guarda alla fase attuale con fiducia. “Negli anni ho visto molte passerelle di politici alla diga”, racconta, spiegando però di aver percepito nei colloqui con il presidente Roberto Occhiuto “un sincero impegno per ultimare l’opera”. La richiesta del territorio è concreta: una condotta che porti l’acqua ai Piani della Ghilina, area dove diversi imprenditori agricoli hanno investito nella coltivazione del kiwi. La questione delle centrali idroelettriche, presenti nei progetti originari attraverso il project financing, è stata invece messa in secondo piano. Prima viene l’acqua per i campi e per gli usi civili. Prima viene la funzione per cui la diga è stata pensata.

Trentacinque milioni di metri cubi che aspettano una decisione

Il punto, alla fine, è semplice. Il Metramo può diventare una delle infrastrutture strategiche per l’agricoltura della Piana di Gioia Tauro e per il sistema idrico dell’area. Può contribuire a ridurre i costi sostenuti dagli agricoltori, sostenere nuove coltivazioni e rendere più competitivo un territorio che continua a cercare una propria strada. Ma perché accada bisogna completare le opere che consentano all’acqua di uscire dall’invaso. Il Sole 24 Ore, proprio mentre la siccità torna a mettere sotto pressione l’Italia, ha acceso un faro su questa contraddizione. Il tema non è soltanto quanti milioni di metri cubi d’acqua possiede la Calabria. Il tema è quanti riesce realmente a utilizzare. E nel caso del Metramo la risposta è ancora drammaticamente bassa.

Adesso la palla è nelle mani della Regione, degli enti competenti e della politica. Servono gare, autorizzazioni e cantieri. Secondo le stime tecniche, per completare le opere potrebbe bastare circa un anno dall’apertura dei cantieri. La vera sfida, per la Calabria, sarà dimostrare di non avere bisogno di altri quindici anni per trasformare finalmente l’acqua del Metramo in sviluppo.

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