Ci sono uomini che, anche dopo la morte, continuano ad abitare le città nelle quali hanno vissuto. Non perché il loro nome venga semplicemente inciso su una targa, ma perché hanno lasciato nelle persone, nella cultura e nella storia di una comunità un segno destinato a non cancellarsi. Michele Aiello è stato uno di questi uomini. E Vibo Valentia, a 23 anni dalla sua scomparsa, ha deciso di restituirgli un pezzo della città, intitolandogli lo spazio antistante il Liceo Artistico “Domenico Colao”, nella centralissima Piazza Martiri d’Ungheria, conosciuta anche come Piazza Municipio.
È stata una cerimonia che ha avuto il sapore della memoria, ma anche quello di un confronto inevitabile tra una stagione politica e culturale nella quale la politica aveva ancora il significato di servizio e il presente. Perché raccontare Michele Aiello significa tornare a un tempo nel quale essere di sinistra non impediva di parlare con un democristiano, di riconoscerne il valore, di confrontarsi sulle soluzioni concrete. Aiello era un uomo di sinistra, militante del Psi, del Psiup e poi del Pci, ma non era prigioniero dell’ideologia. Era, prima di tutto, un uomo capace di capire la realtà.
Un uomo di sinistra capace di parlare con tutti
È forse questo il tratto che oggi appare più lontano. Michele Aiello apparteneva a una sinistra inquieta, rigorosa, profondamente legata alla questione meridionale e alla condizione degli ultimi. Ma proprio per questo sapeva distinguere l’appartenenza politica dai problemi reali. Era uno degli interlocutori privilegiati della Democrazia Cristiana vibonese e di uomini come Antonino Murmura. Non era una contraddizione: era politica.
Capire l’avversario, riconoscerne lo spessore, discutere anche aspramente e poi cercare una soluzione nell’interesse della comunità era parte di quella cultura. Un linguaggio che oggi rischia di apparire incomprensibile a molti consiglieri comunali e politici abituati a scambiare il confronto per appartenenza e il dissenso-ignorante per inimicizia. Aiello apparteneva invece a una generazione nella quale si poteva essere comunisti senza smettere di essere cittadini, intellettuali e uomini delle istituzioni.
Nato a Potenza il 27 giugno 1920, docente di lettere al Ginnasio e di italiano e latino al Liceo Classico “Michele Morelli”, dal 1954 al 1976 Aiello ha formato generazioni di studenti. Ma la scuola, per lui, non era soltanto il luogo nel quale trasmettere nozioni. Era il luogo nel quale formare coscienze, insegnare ad ascoltare, comprendere e giudicare.
La scuola, la cultura, la politica
La sua storia pubblica attraversa oltre trent’anni della vita politica vibonese. Consigliere comunale dal 1952 al 1984 nelle file del Psi, Psiup e Pci, fu anche consigliere regionale della Calabria nella seconda legislatura, dal 1975. Nel frattempo fu tra i soci fondatori della Civitas, l’associazione nata per impulso del medico Vincenzo Nusdeo per la tutela e la valorizzazione del patrimonio artistico e culturale di Vibo Valentia. Aiello scrisse anche di storia e cultura. Si occupò del Risorgimento, del giornalismo calabrese dell’Ottocento e della storia di Monteleone Calabro, l’antica Vibo Valentia. Una produzione che testimonia la sua idea della cultura come strumento per conoscere il territorio e, soprattutto, per comprenderne le contraddizioni.
La cerimonia è stata coordinata dal giornalista Giuseppe Sarlo, che ha sottolineato il significato dell’iniziativa: “La città oggi incontra il suo passato, riunita per celebrare una figura di spicco. Con questa intitolazione assicuriamo il nome di Aiello nel contesto urbano, esaudendo il desiderio di tantissimi cittadini”. L’iniziativa, promossa dall’Amministrazione comunale guidata dal sindaco Enzo Romeo, è arrivata dopo l’iter amministrativo che ha coinvolto il Consiglio comunale, la Prefettura e il Ministero dell’Interno. Un riconoscimento nato dalla volontà di tanti cittadini di consegnare alla memoria collettiva una figura che ha attraversato scuola, cultura, politica e amministrazione.
Il professore che trasformava Dante in una lezione sulla Calabria
Tra i ricordi più intensi c’è quello di Pino Nano, giornalista, scrittore, autore televisivo e già caporedattore centrale della TGR e caporedattore della sede Rai della Calabria. Pino Nano fu allievo di Michele Aiello al Liceo Morelli e ha affidato a Giuseppe Sarlo un ricordo nel quale la dimensione privata del maestro si intreccia con quella pubblica.
“Michele Aiello non era uno qualunque”, scrive, ricordandolo come “un intellettuale fine, un professore visionario, un esteta del linguaggio”. Un docente capace di trasformare una lezione di letteratura in una riflessione sulla società. Dante e la Divina Commedia, nel suo racconto, diventavano così la porta d’ingresso per parlare dell’Italia, della Calabria, delle disuguaglianze, della contestazione del ’68, delle condizioni del Mezzogiorno. La letteratura non restava chiusa nei libri: diventava politica, storia, società, responsabilità.
Nano ricorda anche il giorno in cui, da ragazzo, Aiello gli disse: “Da grande tu potresti fare anche il giornalista”. Una frase apparentemente semplice, rimasta invece impressa nella memoria dell’allievo e diventata, con il tempo, quasi una profezia.
Il ricordo del figlio: lo faceva per gli altri
Toccante anche la testimonianza del figlio Ercole Aiello, che ha restituito alla figura pubblica un’immagine privata: quella di un padre che trascorreva le notti a leggere e studiare documenti. “Ha speso tutta la sua vita per Vibo”, ha ricordato. “Lo ricordo ancora nel suo studio a leggere carte fino a notte fonda; quando gli chiedevo il perché di tanto sforzo, rispondeva che lo faceva per gli altri”.
Lo scoprimento della targa e la benedizione hanno così concluso una cerimonia che non è stata soltanto l’intitolazione di uno spazio urbano. È stato il tentativo di riportare dentro la Vibo di oggi una figura della Vibo di ieri. Michele Aiello apparteneva a una stagione nella quale la politica aveva uomini di cultura, la scuola aveva maestri e il confronto tra schieramenti non significava necessariamente guerra permanente. Una stagione lontana, con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, ma nella quale era ancora possibile mettere davanti alle appartenenze il bene della città. Adesso il suo nome è lì, davanti a una scuola. È forse il posto più giusto.





