La nautica a Vibo Marina non è una realtà marginale. È fatta di imprese, dipendenti, artigiani, manutentori e clienti che arrivano anche da fuori territorio. Eppure chi ci lavora continua a scontrarsi con problemi che rendono difficile trasformare le potenzialità del settore in sviluppo. La storia della Nautica Sud di Domenico Mirenzi, amministratore unico dell’azienda, è emblematica: oltre trent’anni di attività, una struttura di circa 4 mila metri quadrati, una clientela consolidata e un indotto che vive attorno alle imbarcazioni. Ma anche una lunga serie di ostacoli che, ancora oggi, frenano il comparto.

Mirenzi quella storia l’ha costruita insieme alla propria famiglia. Accanto a lui ci sono la moglie Antonella Amodeo, il figlio Antonio e la figlia Maria Elena, che sostiene anch’essa l’attività. Antonio porta il nome dello zio Tonio, il fratello di Domenico che nel 1992 perse la vita in un tragico incidente stradale sulla Salerno-Reggio Calabria. Era stato proprio Tonio, appassionato di nautica, a spingere più di ogni altro perché quella passione diventasse un cantiere. La tragedia arrivò quando il progetto era appena partito, lasciando a Mimmo il compito di portare avanti quell’idea. Da allora il cantiere è cresciuto, ma la sua storia è rimasta profondamente legata a quella famiglia.
Il lavoro c’è, l’indotto anche
La Nautica Sud Mirenzi Srl non vive soltanto di rimessaggio. Le barche vengono alate, lavate, preparate per il periodo di fermo, sottoposte a manutenzione e interventi meccanici. Quando necessario entrano in campo professionalità esterne: falegnami, tappezzieri, elettricisti, meccanici e altri artigiani. È un indotto concreto che ruota attorno alle imbarcazioni. E molti clienti arrivano da fuori. La posizione di Vibo Marina, con la Costa degli Dei e le Eolie a poca distanza, rappresenta un vantaggio naturale. Ma un vantaggio naturale non basta se non viene sostenuto da infrastrutture e servizi. Domenico Mirenzi lo dice chiaramente: “Potremmo avere molto di più”. È una considerazione che non riguarda soltanto la sua azienda, ma un intero comparto.
Portosalvo e il collegamento con il porto
Uno dei problemi principali riguarda la comunicazione stradale tra il sito produttivo di Portosalvo e il porto di Vibo Marina. Per un’azienda che deve movimentare imbarcazioni è una questione tutt’altro che secondaria. “Trasportare una barca – spiega Domenico Mirenzi – significa muovere mezzi pesanti, organizzare scorte tecniche e affrontare costi rilevanti. Una difficoltà che aumenta quando le imbarcazioni crescono di dimensioni”. La Nautica Sud ha dovuto anche rinunciare a un cliente con una barca più grande proprio per un problema legato alle dimensioni dell’imbarcazione. Non alla capacità dell’impresa di lavorare, ma ai limiti delle strutture disponibili.
“È una situazione che rischia di diventare un freno alla crescita: la domanda c’è, ma non sempre il territorio è attrezzato per accoglierla”, aggiunge Mirenzi con tanto rammarico.
Un porto con molte procedure e pochi strumenti
Il problema si ripropone direttamente nello scalo. Per l’alaggio di un’imbarcazione occorre programmare l’operazione, ottenere le autorizzazioni e verificare la compatibilità con le altre attività portuali. La presenza di una nave può rendere impossibile effettuare l’intervento e costringere a rinviare tutto. L’imprenditore vibonese non contesta la necessità delle regole. Il problema, secondo il suo punto di vista, “è l’assenza di strumenti e servizi adeguati. Il porto è cresciuto con qualche molo in più, ma strutturalmente i servizi non ci sono, siamo fermi.”
Da qui nasce una proposta concreta: “Dotare gli operatori di un sistema di sollevamento, una sorta di Travel Lift, eventualmente attraverso una forma cooperativa tra le aziende. Un’attrezzatura condivisa che permetterebbe di effettuare alaggi e vari con maggiore autonomia e potrebbe creare anche un ulteriore posto di lavoro”.
La nautica non è soltanto diporto
È questo il punto sul quale Mirenzi insiste maggiormente. Il rimessaggio non può essere considerato un’attività secondaria legata esclusivamente al tempo libero. “Questa attività viene vista come un hobby, come un gioco, come una cosa di divertimento”, racconta. Ma dietro ogni imbarcazione ci sono interventi, forniture, manutenzioni e professionalità. E soprattutto c’è occupazione. “La mia azienda conta su dodici dipendenti” e poi tutta quella manodopera specializzata che ruota attorno.
Per questo la nautica dovrebbe essere considerata una componente dell’economia locale e non un’attività da gestire ai margini del sistema portuale. Il cliente che porta una barca non genera lavoro soltanto per il cantiere: coinvolge una rete di operatori e servizi. È un’economia che esiste già e che potrebbe crescere.
La zona industriale e il problema dei servizi
Poi c’è Portosalvo. L’azienda provvede direttamente alla pulizia del proprio perimetro, ma attorno la situazione è molto diversa. Mirenzi parla di una zona industriale che avrebbe bisogno di maggiore attenzione, anche per ragioni di sicurezza. “Io pago la persona che viene qua e mi pulisce. Ma se ci giriamo un attimo, c’è l’inferno – afferma-. Il problema non è soltanto estetico. In un’area dove lavorano imprese e transitano mezzi pesanti, il degrado diventa anche un problema operativo e di sicurezza”.
E mentre gli imprenditori sostengono direttamente alcuni costi per mantenere decorose e funzionali le proprie aree, resta aperta la questione della qualità dei servizi complessivamente garantiti alla zona industriale.
Un settore che chiede spazio
La vicenda della Nautica Sud mette in evidenza una contraddizione difficile da ignorare. Da una parte ci sono imprese che hanno investito e costruito competenze. Dall’altra ci sono infrastrutture e servizi che non sembrano essersi adeguati alla crescita del comparto. Domenico Mirenzi non chiede scorciatoie ma solo condizioni per lavorare meglio. “Potremmo gestire molte più imbarcazioni ma non ti puoi sbilanciare”, spiega riferendosi alle possibilità di crescita dell’attività. Il limite, dunque, non sarebbe nella domanda, ma nella possibilità concreta di garantire strutture e servizi adeguati. È una questione che riguarda l’intera nautica vibonese.
“Se Vibo Marina vuole puntare davvero sul diporto – osserva Mirenzi – deve mettere attorno alle imprese una rete efficiente: collegamenti, servizi portuali, attrezzature per la movimentazione, manutenzione delle aree industriali. La Nautica Sud dimostra che una base imprenditoriale esiste già”. Qui una famiglia ha costruito un’azienda dopo una tragedia, l’ha fatta crescere e continua a lavorarci. Attorno ci sono dipendenti, artigiani, clienti e un indotto. Il punto, adesso, non è chiedere agli imprenditori quanto ancora siano disposti a sacrificarsi, ma capire se il porto e il territorio siano finalmente disposti a riconoscere alla nautica il ruolo economico che già svolge.





