Vibo Marina, la mucca da mungere: carburanti, turismo e una politica che non sceglie

Le riflessioni di Alessandro Di Renzo riaprono una questione che Vibo Marina non può più rinviare: da decenni il territorio sopporta il peso dei depositi petroliferi, ma non ha ancora costruito un vero progetto alternativo di sviluppo

Non conosco Alessandro Di Renzo. Ma alcuni dei suoi spunti meritano attenzione. Non perché debbano essere presi come verità assolute, ma perché hanno il merito di porre domande che dovrebbero far riflettere. La politica, certamente. Ma anche una comunità che da anni vive accanto ai depositi di carburante e non è riuscita a trasformare quel disagio in una battaglia capace di cambiare le cose.

I social, quando non diventano soltanto una rissa permanente, servono anche a questo: fanno emergere idee, proposte e malesseri che arrivano dal basso. E Di Renzo mette sul tavolo una provocazione forte: Vibo Marina sarebbe una «mucca da mungere», un territorio dal quale si ricava ricchezza senza che a quel territorio venga restituito abbastanza in termini di sviluppo.

Cosa ha ottenuto Vibo Marina?

Di Renzo parla di accise, prezzi dei carburanti, compensazioni ambientali, inquinamento, traffico e presenza dei depositi. Presenza asfissiante, aggiungerei, forse la vera causa del disastro ambientale di Vibo Marina. Sono questioni che, naturalmente, vanno sostenute con dati e verifiche. Ma il cuore della sua riflessione è difficilmente eludibile: che cosa ha ottenuto Vibo Marina dopo decenni di convivenza con questa realtà industriale? E soprattutto: quale strategia ha costruito la politica per trasformare questa presenza in un’occasione di sviluppo o, almeno, per garantire al territorio adeguate compensazioni? La domanda diventa ancora più pesante guardando a ciò che è accaduto con la richiesta di Meridionale Petroli di rinnovare la concessione per altri vent’anni. Un gesto di arroganza e, per certi aspetti, di impunità. Uno schiaffo!

Vent’anni in più e poca indignazione

Davanti a una prospettiva del genere ci si sarebbe aspettati una discussione politica forte, una posizione netta, un muro invalicabile di fronte al quale porre un quesito: Vibo Marina vuole davvero consegnare il proprio futuro per altri vent’anni a questo modello che non ha portato né turismo e né sviluppo? Invece, anche questa volta, la politica ha scelto prevalentemente la strada della mediazione. Trattare, discutere, trovare un punto d’incontro. Un giorno di alza la voce e il secondo giorno cala il silenzio. Comprensibile, per certi versi perché la mediazione altro non è che l’arte di non scegliere mai.

Il territorio continua a subire

Nel frattempo Vibo Marina continua a convivere con depositi, traffico pesante, rischi e impatti che la comunità conosce bene. E continua a chiedersi quale sia il proprio futuro. Perché il problema non è soltanto Meridionale Petroli oppure Eni. Il problema è un territorio che non riesce a decidere se vuole continuare a essere soprattutto una realtà legata alla movimentazione dei carburanti oppure se vuole diventare qualcosa di diverso. Da anni parliamo di nautica, diporto, porto turistico, servizi, accoglienza. Da anni diciamo che gli investimenti in questi settori sono a rischio se non esiste una visione chiara.

L’aliscafo per portare via i turisti

E poi c’è un’altra contraddizione che Alessandro Di Renzo mette bene in evidenza: continuiamo a chiedere collegamenti con le Isole Eolie, come se il grande obiettivo fosse portare i turisti da Vibo Marina verso altre destinazioni. Ma quando cominceremo a chiederci come fare per farli arrivare e soprattutto farli restare a Vibo Marina? Un territorio con il mare, il porto, la costa e una posizione strategica dovrebbe parlare di nautica, diporto, servizi, turismo e investimenti. Non soltanto di un aliscafo che parte.

La colpa non è di chi non ci racconta

Ci lamentiamo perché la stampa internazionale salta Vibo Marina. È vero: da anni assistiamo alla consacrazione mediatica di Tropea, Pizzo e di altre realtà mentre Vibo Marina resta spesso fuori dai grandi racconti turistici. Ma forse dovremmo porci anche un’altra domanda: che cosa abbiamo costruito noi perché qualcuno venisse qui a raccontarlo? Non possiamo chiedere continuamente attenzione mentre lasciamo irrisolte le stesse questioni. Non possiamo lamentarci della mancanza di turismo e contemporaneamente non avere una strategia forte sulla nautica e sul diporto. Sulla riqualificazione del Pennello e sulla bonifica di aree avvelenate o di collegamenti adeguati tra il porto e l’area industriale che altro non è che il retroporto di Vibo Marina.

Vibo Marina deve decidere

Di Renzo usa parole dure. Parla di “colonia energetica”, di “mucca da mungere”, di un territorio che produce e subisce. Sono provocazioni ma sarebbe un errore fermarsi alla provocazione. La vera questione è capire se Vibo Marina abbia ancora la forza di pretendere un cambio di prospettiva. Perché il territorio non può continuare a subire mentre la politica cerca eternamente una mediazione tra interessi diversi. In queste condizioni non ci si può meravigliare se Vibo Marina non venga raccontata.

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