La questione, ormai, non è più soltanto l’intimidazione subita dalla famiglia della sindaca Simona Scarcella. È quello che è accaduto dopo. Ed è proprio sul comportamento delle istituzioni che la prima cittadina di Gioia Tauro concentra la sua denuncia, chiedendo risposte sul livello di attenzione riservato a una vicenda che, per la sua gravità, avrebbe dovuto produrre una reazione immediata e visibile.
La Prefettura di Reggio era stata informata
Scarcella ricostruisce pubblicamente la sequenza degli avvenimenti e contesta l’idea che la Prefettura di Reggio Calabria abbia appreso della vicenda soltanto attraverso gli organi di stampa o i social. “Il 26 agosto – spiega – dopo avere effettuato tutte le denunce alle forze di Polizia e ai Carabinieri, ho scritto ufficialmente alla Prefettura”. La sindaca richiama anche la normativa che tutela gli amministratori vittime di intimidazioni. Il punto sollevato è dunque preciso: la convocazione della riunione tecnica di coordinamento con le forze di polizia e la presenza della Dda, secondo quanto riferito dalla stessa Scarcella, è arrivata undici giorni dopo la sua comunicazione ufficiale. “La Prefettura era stata informata dal sindaco di Gioia Tauro”, rimarca. E aggiunge un’altra contestazione: non sarebbe stata convocata per essere ascoltata, né sarebbe stata successivamente informata sulle determinazioni assunte.
È questo il passaggio che trasforma una vicenda di cronaca in una questione istituzionale. Per Scarcella non basta sapere che una riunione è stata convocata: occorre capire quali decisioni siano state adottate e, soprattutto, quale risposta concreta sia stata predisposta.
La richiesta alla Commissione antimafia
La sindaca ha quindi deciso di alzare ulteriormente il livello della sua iniziativa, scrivendo alla presidente della Commissione parlamentare antimafia, Chiara Colosimo, per chiedere di essere ascoltata. “Qualcuno dovrà farlo”, afferma, spiegando di avere elementi e circostanze da riferire. Scarcella tiene inoltre distinta la vicenda delle intimidazioni dalla commissione d’accesso attualmente al Comune. “Quella è un’altra storia sulla quale ci difenderemo su altri piani”, chiarisce. Il messaggio è il seguente: qualsiasi verifica sull’amministrazione non può diventare una ragione per abbassare l’attenzione sulla sicurezza di chi governa la città e della sua famiglia.
La sindaca non risparmia una critica pesante: “Oggi lo Stato non ha dimostrato di essere presente”. Una frase che lei stessa definisce difficile da pronunciare, ma che considera necessaria. Al tempo stesso riconosce alle forze dell’ordine il merito di averle dimostrato vicinanza e presenza.
Scarcella: non mi fermerò
È soprattutto sul futuro che Scarcella lancia la sfida. “Andrò a bussare a tutte le porte istituzionali d’Italia fino all’ultimo giorno della mia vita”, annuncia. Non una richiesta di solidarietà, dunque, ma di risposte, perché “i miei figli – dice – non possono continuare a vivere come fossero agli arresti domiciliari”. Il tema che pone, però, riguarda non solo la sua famiglia ma Gioia Tauro molto più direttamente di quanto possa apparire. Una città che conosce da tempo il peso della criminalità organizzata non può permettersi che, dopo un atto intimidatorio così grave, resti il dubbio su chi debba intervenire, con quali tempi e con quali strumenti.
Scarcella parla da sindaca, ma soprattutto da madre. E proprio per questo chiede che la vicenda non venga confusa con le altre questioni che attraversano il Comune. La commissione d’accesso seguirà il proprio percorso. Le indagini sulle intimidazioni seguiranno il loro. Ma su una cosa, sostiene la sindaca, non possono esserci zone grigie: quando una famiglia viene messa sotto pressione per il ruolo pubblico ricoperto da uno dei suoi componenti, lo Stato deve esserci. E deve farsi vedere.




