Mi è stato chiesto di dire la mia sul caso Denise Cosco. Ho risposto di no. Non ho niente da dire e, soprattutto, non ho alcuna voglia di unirmi al playback del coro di solidarietà, al karaoke dell’ipocrisia da bettola di periferia. Io sono sempre stata una nota stonata.
Non ho conosciuto Denise, non salgo sul carro
Non ho nulla da dire su Denise perché non l’ho conosciuta e non mi sono mai interessata al suo caso. E non mi interessa salire sul carro di chi oggi scopre l’indignazione a comando. Non ho nulla da dire, ma ho tante immagini che mi passano davanti agli occhi, come in quei video che si preparano per i compleanni e che raccolgono i momenti di una vita. Sono immagini di donne e di uomini che ho incontrato per il mio lavoro. Persone che hanno avuto il coraggio più grande che io conosca: affidarsi.
Le persone che hanno affidato la loro vita allo Stato
Si sono affidate, e hanno affidato i loro figli, a magistrati, alle forze dell’ordine, ai servizi di protezione, nella speranza di uscire da logiche criminali in cui, per volontà o per disgrazia, si sono ritrovate. Il mio pensiero va a donne, madri, che hanno firmato un verbale sapendo che stavano firmando la loro condanna a morte e non solo quella sociale. Ho visto Padri che hanno chiesto una nuova identità non per sé, ma per far andare il figlio a scuola senza scorta. Famiglie smembrate. Non ho nulla da dire, ma ho tante immagini che mi passano davanti agli occhi.
Eroi acclamati, famiglie divise e sicurezza usata come alibi
Ricordo Nello, acclamato eroe finché faceva comodo e poi lasciato avvolgere dal buio di una solitudine che lo ha divorato. Al suo funerale, solo i suoi angeli custodi. La sua scorta. E le saracinesche del suo palazzo abbassate per sempre. Ricordo, Michele e Fortunata, figli a cui è stato negato di accompagnare i genitori nell’ultimo viaggio, per ragioni di sicurezza. Ho visto la sicurezza usata come alibi. Non per tutelare, ma per risparmiare. Per impedire. Per provocare. Penso a Dario, diabetico grave, a cui una sentenza, in nome della giustizia formale, ha cancellato i reati dei suoi aguzzini. E che da quel Palazzo è dovuto andare via per sempre, per lasciarsi morire.
Quando la paura diventa burocrazia
Ho visto la paura che diventa disciplina, la disciplina che diventa attesa infinita, l’attesa che diventa burocrazia. Persone che hanno creduto che lo Stato non fosse un palazzo lontano, ma una porta che si apre. E che quando quella porta si chiude male, quando cigola, quando ti lascia fuori al freddo, non fa solo rumore. Fa male. Spezza. Eppure loro erano consapevoli di aver respirato, almeno per un momento, la vera libertà. Anche quando la burocrazia gli ha cancellato non solo il nome di origine, ma tutta la storia personale. L’elenco è lungo. Troppo lungo. E per la maggior parte di loro non c’è mai stato alcun clamore mediatico.
La solidarietà che non passa dai social
Ecco, mentre tutti oggi fanno a gara a chi è più solidale con Denise, io penso a loro. Penso a chi la solidarietà non l’ha mai avuta dai social, ma l’ha cercata in una stanza di questura, in un ufficio di Procura, in una casa protetta. La solidarietà vera non è un post. È prendersi carico. È non voltarsi dall’altra parte quando la storia non fa più notizia, quando il processo finisce e inizia il deserto.
“Tutele da precari” per chi ha avuto il coraggio di affidarsi
Per questo non ho nulla da dire su Denise Cosco. Ma ho tanto da dire su un sistema che troppe volte chiede alle persone, ad ognuno di noi, di avere un coraggio da eroi, e poi offre in cambio tutele da precari. E finché continueremo a confondere la giustizia con il karaoke, ci meriteremo solo il playback.



