Nel Vibonese tra buche, erbacce, cunette intasate e segnaletica quasi scomparsa. Se esiste un marchio capace di accompagnare da anni negativamente la provincia vibonese, è quello della viabilità, ormai divenuto una sorta di indecente e indelebile identità negativa del territorio. Basta percorrere le strade dell’entroterra, soprattutto, per rendersene conto: asfalto deteriorato, buche, avvallamenti, vegetazione che invade le banchine e, da qui, le carreggiata, cunette che spesso non svolgono più la loro funzione, segnaletica orizzontale da chimera (eppure non è un optional accessorio a discrezione di chi amministra ma è prevista dal codice della strada) e quella verticale ridotta all’essenziale (cartelli pochi, talvolta scoloriti, datati, coperti dalla vegetazione o semplicemente insufficienti rispetto alle reali esigenze).
Sfalcio dell’erba sporadico e a macchia di leopardo (tra l’altro, con il materiale di risulta lasciato a bordo strada, per poi finire nelle cunette di raccolta delle acque e contribuisce a ostruirle). E tutto si traduce in una vera e propria spirale del dissesto: si interviene sulla buca, ma non sulla causa che l’ha prodotta; dopo qualche pioggia la buca ricompare, magari più grande di prima. Si rattoppa ancora e il problema ricomincia. Lo sanno bene gli automobilisti che, quotidianamente percorrono tale “selva oscura”. Lo hanno imparato i turisti e gli emigrati che ogni estate rientrano per godere del tepore del borgo natio, dello splendore della costa e della frescura montana. È dai primi, però, soprattutto, costretti a fare i conti ogni giorno col destino, che si leva la protesta.
I punti critici tra Serre e Alto Mesima
Nell’area delle Serre e dell’Alto Mesima, la situazione è particolarmente evidente e drammatica, lungo quasi tutte le arterie che collegano l’entroterra al resto del mondo, dove il problema non risiede nella buca in sé, ma in un insieme di criticità già citate che rendono il viaggio una vera e propria insidia: carreggiata deteriorata, margini poco curati, vegetazione che riduce la visibilità e, in alcuni punti, una manutenzione che appare più episodica che programmata.
È così, solo per citare alcuni casi; sulla ex 536 (Sp4, sia nel tratto che attraversa Sant’Angelo di Gerocarne che in quello che si congiunge alle Sp 73 e 74, verso il capoluogo o l’autostrada); sulla Sp 58, Dasà – Arena – Serra, strada montana dalle mille insidie; sulla Sp 10, la tristemente nota Mileto Dinami, chiusa al traffico da oltre un ventennio (sebbene qualcuno la percorra a suo rischio e pericolo) e su cui, da oltre un anno, è stato annunciato un mai avvenuto avvio dei lavori.
Qui, e anche altrove, si concentra tutto un insieme che, se durante la bella stagione può sembrare soltanto degrado, quando poi arriva la pioggia, diventa un problema di sicurezza. L’acqua, infatti, deve trovare una via di deflusso. Se le cunette sono invase da terra, fogliame, erbacce e detriti, il risultato è quasi inevitabile: l’acqua si riversa sulla carreggiata, corre sull’asfalto, si infiltra nelle parti già ammalorate e accelera il processo di deterioramento del manto stradale. Un meccanismo elementare che nel vibonese sembra diventare una scoperta ogni volta che arriva un acquazzone.
L’assuefazione al pericolo e la richiesta di programmazione
La domanda, allora, non è soltanto quanto si spenda per riparare una strada dopo che si è rotta. La domanda è quanto si potrebbe risparmiare, e soprattutto, quanto rischio si potrebbe evitare, con una manutenzione ordinaria realmente tale? Il vero problema della viabilità vibonese è che, forse, ci siamo abituati: a rallentare bruscamente davanti a una buca (e a ricorrere al “calendario” se non ci riusciamo); a fare le “chicane” sulla carreggiata per evitare cedimenti e buche; a guidare con la massima attenzione quando piove; a cercare con la cosa dell’occhio una striscia bianca che spesso non c’è; a entrare in una curva senza sapere se dall’altra parte arriverà un’auto perché la vegetazione impedisce di vedere.
Ci si è persino abituati all’idea che una strada possa essere chiusa per anni e continuare, nel frattempo, a essere proposta dai navigatori agli automobilisti. Ma l’abitudine non trasforma una strada insicura in una strada sicura e, proprio per questo, servirebbe una programmazione rigorosa delle priorità. Perché non si può rischiare la vita ogni giorno percorrendo una viabilità all’anno “zero” per andare al lavoro è per gli automobilisti vibonesi la pazienza è ormai arrivata al limite.



