Sono donne magistrato che da anni lavorano sul fronte più esposto della giustizia italiana. Indagini sulle cosche, processi contro le organizzazioni criminali, provvedimenti che hanno inciso direttamente sugli interessi delle mafie. Un lavoro che, in diversi casi, ha avuto come conseguenza minacce, intimidazioni e la necessità di vivere sotto scorta. È Il Fatto Quotidiano, con un dossier pubblicato il 19 settembre, a riportare l’attenzione sulle loro storie. Dalla Calabria alla Sicilia, dalla Puglia alla Campania, fino al Veneto, all’Emilia e alla Lombardia, il giornale ricostruisce una mappa delle magistrate finite nel mirino della criminalità organizzata.
Manzini, dalle aule di Vibo alle inchieste sulle cosche
Tra i nomi c’è quello di Marisa Manzini, magistrata che ha lavorato a lungo sul fronte della criminalità organizzata calabrese, già consulente della Commissione parlamentare antimafia e da tempo sotto scorta. La sua storia giudiziaria passa anche dall’aula bunker di Vibo Valentia. Durante un’udienza fu il boss Pantaleone Mancuso, condannato all’ergastolo, a rivolgerle una frase di intimidazione: “Statti zitta ca parrasti assai. Hai capito ca parrasti assai?…”.
Marisa Manzini denunciò quell’episodio. Una scelta che andava oltre la difesa personale: significava riaffermare che un’aula giudiziaria non può diventare il luogo nel quale un esponente della criminalità organizzata tenta di intimidire chi rappresenta lo Stato. Quel procedimento a carico del boss è oggi ancora pendente davanti al Tribunale di Salerno. Per anni Manzini ha seguito alcune delle prime e più delicate inchieste sulle cosche vibonesi, lavorando dentro un sistema criminale fatto di relazioni, interessi economici e rapporti di potere. Una parte di quella stagione investigativa avrebbe poi contribuito a distanza di oltre dieci anni al percorso giudiziario sfociato in Rinascita-Scott, il maxi-processo che ha portato al centro dell’attenzione nazionale la ’ndrangheta vibonese.
Oggi il suo nome è anche tra quelli dei candidati alla guida della Procura di Vibo Valentia, insieme ad Annamaria Frustaci e ad altri otto magistrati.
Frustaci, dieci anni nella Dda di Catanzaro
L’altra storia calabrese è quella di Annamaria Frustaci, 48 anni, pm della Procura di Catanzaro e da dieci anni nella Direzione distrettuale antimafia. Frustaci ha lavorato con l’allora procuratore Nicola Gratteri al procedimento Rinascita-Scott, una delle più importanti inchieste giudiziarie contro la ’ndrangheta calabrese e in particolare contro le cosche del Vibonese. È sotto scorta dal 2019. Il suo percorso professionale si è sviluppato in uno dei territori nei quali la criminalità organizzata ha costruito nel tempo una fitta rete di rapporti e interessi, diventando oggetto di una vasta attività investigativa e giudiziaria. Anche il suo nome figura oggi tra i candidati alla guida della Procura di Vibo Valentia. Una circostanza che riporta nuovamente al centro il lavoro svolto negli anni dalla magistratura calabrese contro le organizzazioni criminali.
Una geografia italiana delle minacce
Il dossier de Il Fatto Quotidiano allarga quindi lo sguardo agli altri distretti giudiziari. In Puglia, Maria Francesca Mariano, gip del Tribunale di Lecce, è finita nel mirino dei clan dopo essersi occupata del processo “The Wolf”, che aveva colpito la cosca Lamendola-Cantanna. Dopo le intimidazioni furono trovati una testa mozzata di agnello e un coltello sulla tomba del padre, accompagnati da un messaggio minatorio. Sotto scorta è finita anche Carmen Ruggiero, pm antimafia che aveva chiesto 22 misure cautelari nello stesso procedimento.
In Sicilia il quadro comprende Antonella Consiglio, presidente aggiunto della sezione gip del Tribunale di Palermo, alla quale sarebbe stata recapitata una lettera del boss Nino Madonia, detenuto al 41-bis. Minacce hanno riguardato anche la giudice palermitana Marta Maria Bossi, la gip Emanuela Carrabotta e la procuratrice dei minori Claudia Caramanna. Per anni hanno avuto la scorta anche Annamaria Picozzi e Marzia Sabella, quest’ultima recentemente pensionata.
A Reggio Calabria è sotto tutela Sara Amerio, magistrata della Dda. A Potenza vive sotto scorta Anna Gloria Piccininni, impegnata in indagini sulla criminalità organizzata del Metapontino. Mentre a Napoli Simona Rossi è stata minacciata di morte durante le indagini sui clan di Napoli Est. Prima di lei, per anni ha vissuto sotto protezione anche Vincenza Marra, storica pm impegnata nelle indagini sui clan di Scampia e Secondigliano, scomparsa pochi mesi fa.
Dal Mezzogiorno al Nord
Il fenomeno non riguarda soltanto i territori tradizionalmente associati alle mafie. Maria Beatrice Zanotti, ex pm antimafia veronese oggi trasferita a Cagliari, sarebbe stata indicata come possibile obiettivo di un attentato sulla base delle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia. A Reggio Emilia, durante il processo contro il clan Grande-Aracri, era stata posta sotto scorta la presidente del collegio giudicante Cristina Beretti. Emanuela Attura, gip che si era occupata del clan Casamonica, ha vissuto per anni sotto protezione, revocata nel 2023. Alessandra Dolci, già coordinatrice della Dda di Milano e oggi procuratrice a Venezia, continua invece a vivere sotto scorta per il suo lavoro sulle organizzazioni mafiose.
Sono vicende diverse, maturate in territori e contesti criminali differenti. Il punto di contatto è il lavoro giudiziario svolto su interessi, patrimoni, relazioni e strutture delle organizzazioni criminali. Le storie di Marisa Manzini e Annamaria Frustaci riportano questo tema dentro la Calabria e, soprattutto, dentro la provincia di Vibo Valentia, dove negli ultimi anni la risposta giudiziaria alla ’ndrangheta ha prodotto uno dei più importanti procedimenti contro le cosche locali.



