Il Teatro di Vibo Valentia va verso una svolta. Il silenzio di questi giorni, evidentemente, è solo strategico. Dovesse rivelarsi un bluff allora il fallimento sarebbe devastante. Condivisibile o meno, è comunque un cambio di registro rispetto al passato. Non soltanto per la programmazione artistica, ma soprattutto per il modello attraverso il quale l’amministrazione comunale intende affrontare la gestione della struttura. E sullo sfondo c’è anche un progetto a breve termine che coinvolge i cinque teatri dei capoluoghi calabresi e che punta a costruire una stagione con un respiro regionale.
La prospettiva regionale
Su questo fronte si lavora da circa sei mesi. I cinque Comuni capoluogo hanno elaborato le rispettive proposte, confrontandosi anche sulla possibilità di far circolare alcuni spettacoli tra più città. L’obiettivo è arrivare, entro la fine dell’anno, a una prima stagione sostenuta dalla Regione Calabria. Da chiudere e rendicontare entro il 31 dicembre 2026.
Per Vibo si tratta di un’opportunità che, in condizioni ordinarie, sarebbe stata difficile da costruire con le sole risorse comunali. La formula di quest’anno avrebbe il carattere di una fase pilota, con l’idea di arrivare successivamente a una stabilizzazione pluriennale e a un vero e proprio progetto di stagione teatrale regionale. Un’impostazione che può consentire ai cinque capoluoghi di mettere in rete programmazioni, esperienze e produzioni, valorizzando anche le eccellenze artistiche calabresi. Per Vibo, soprattutto, significa poter disporre di risorse aggiuntive per costruire una proposta che altrimenti avrebbe avuto margini inevitabilmente più ridotti.
Il Comune non esce di scena
Ma la novità più significativa riguarda la gestione del teatro. La strada indicata dall’amministrazione comunale e dall’assessore alla cultura Stefano Soriano è quella del partenariato pubblico-privato, attraverso un bando dalla durata quinquennale. Un modello che modifica profondamente l’impostazione precedente senza però comportare, almeno nelle intenzioni, una fuoriuscita del Comune dalla gestione strategica del bene. Il teatro resta pubblico. Il Comune mantiene una funzione di controllo e conserva un ruolo nella definizione delle caratteristiche della programmazione. Il gestore privato assumerebbe invece la gestione concreta della struttura, occupandosi degli aspetti organizzativi e della parte artistica, con un confronto costante con l’amministrazione.
Il programma annuale dovrebbe quindi essere elaborato attraverso questo rapporto tra pubblico e privato, mentre il gestore sarebbe chiamato a rendicontare la propria attività agli uffici comunali e a confrontarsi periodicamente con l’amministrazione.
Una gestione diversa dal passato
È questo il vero punto della svolta. Non si tratta semplicemente di affidare le chiavi del teatro a un soggetto esterno. Il modello prospettato punta a separare le responsabilità, lasciando al privato la gestione operativa e al Comune il controllo sull’utilizzo del bene e sugli indirizzi fondamentali. Un’impostazione che viene già adottata in altre realtà italiane e che, proprio per la sua complessità amministrativa e procedurale, richiede un lavoro preparatorio significativo. A Vibo si tratterebbe inoltre di una delle prime applicazioni di questo tipo in Calabria per una struttura teatrale di queste dimensioni. Il vantaggio dichiarato del modello è evidente: il Comune può mantenere la disponibilità del teatro senza assumersi direttamente tutti gli oneri gestionali e i rischi economici legati all’attività del gestore. Al tempo stesso, però, il partenariato pone una condizione precisa: il controllo pubblico dovrà essere effettivo e non soltanto formale.
Cinque anni per capire se funziona
Il quinquennio previsto dal bando non è un dettaglio. È il tempo necessario per verificare se questa formula sarà realmente in grado di dare continuità al teatro, programmare con maggiore anticipo, attrarre pubblico e produzioni e soprattutto garantire una gestione sostenibile. È qui che la svolta dovrà misurarsi con i risultati. Non basterà avere una stagione più ricca o qualche nome di richiamo. La questione centrale sarà capire se il nuovo modello riuscirà a trasformare il teatro in una struttura capace di funzionare con continuità, mantenendo insieme qualità della proposta, sostenibilità economica e interesse pubblico.
Quello messo in cantiere è un passaggio importante. Perché dopo anni di discussioni sulla gestione, sulla programmazione e sul futuro della struttura, si prova finalmente a cambiare il modello. La mini-stagione regionale rappresenta la prima novità. Il partenariato pubblico-privato può rappresentare quella strutturale. Ora servirà vedere come saranno tradotte concretamente entrambe le scelte. Perché una svolta, per essere davvero tale, non si misura soltanto dalla formula amministrativa con cui viene annunciata. Si misura dalla capacità di far vivere il teatro.



