Carol, oltre la scuola c’è un vuoto. Parla Stumpo: servono assistenza specialistica e un vero progetto di vita

Il dirigente dell’Istituto comprensivo di Rombiolo, che comprende 28 plessi e quasi 1.700 alunni in sei comuni, ricostruisce il caso della quindicenne di Zungri: alla scuola si chiede di moltiplicare i pani e i pesci. Serve un piano straordinario per garantire tutti i servizi agli alunni con disabilità

Il caso di Carol, la ragazza di Zungri che frequenta la prima media e che necessita di un’assistenza complessa, non può essere letto soltanto attraverso ciò che accade ogni mattina dentro una classe. È questa la premessa dalla quale parte Angelo Stumpo, dirigente scolastico dell’Istituto comprensivo di Rombiolo, chiamato a gestire una realtà scolastica particolarmente articolata e che in questi anni ha seguito da vicino anche la situazione della ragazza.

“La scuola in questi anni è stata impeccabile”, sottolinea Stumpo. Ma subito aggiunge: “Non abbiamo la bacchetta magica per realizzare un tipo di assistenza piena, infermieristica e di un livello professionale che richiede specializzazioni differenti. Siamo una scuola…”. Il punto, per il dirigente, è proprio questo: alla scuola vengono chiesti interventi che spesso vanno oltre le sue competenze e oltre le risorse disponibili. “Si chiede alla scuola di moltiplicare i pani e i pesci e i miracoli. Chiaramente non si possono fare”.

Una scuola su sei comuni

L’istituto diretto da Stumpo non è una realtà di piccole dimensioni. Dopo il dimensionamento del 2024, sono confluiti sotto un’unica dirigenza l’Istituto comprensivo di Rombiolo-San Calogero, quello di Cessaniti-Zungri-Zaccanopoli e l’Istituto comprensivo di Nicotera. Oggi l’Istituto comprensivo di Rombiolo conta 28 plessi, quasi 1.700 alunni e una presenza distribuita su sei comuni: Rombiolo, San Calogero, Zungri, Zaccanopoli, Cessaniti e Nicotera. Un territorio vastissimo perché chi governa e la politica così hanno voluto.

Gli alunni con disabilità sono 81. “Abbiamo 81 alunni con disabilità lievi, medie e gravi, distribuiti su sei comuni”, spiega il dirigente. E quello di Carol è certamente uno dei casi più complessi, ma non è l’unico. Stumpo richiama anche le difficoltà legate all’organico del personale Ata. “Abbiamo problemi strutturali di apertura e chiusura della scuola”. I collaboratori scolastici assegnati sono 51, mentre secondo il dirigente ne servirebbero almeno 60. “Ne mancano almeno dieci per cercare di garantire un servizio idoneo”. A questo si aggiungono le limitazioni lavorative di alcuni dipendenti, che non possono svolgere determinate mansioni per ragioni personali e documentate. Un ulteriore elemento che, secondo Stumpo, determina un deficit strutturale nell’organizzazione quotidiana.

Chi deve garantire l’assistenza

Ma il nodo principale riguarda le competenze. L’assistenza specialistica, spiega il dirigente, non è interamente una competenza della scuola. Nel primo ciclo interviene l’ente locale, mentre nel secondo ciclo la competenza è dell’ente locale e della Provincia. Le risorse vengono assegnate attraverso i finanziamenti previsti dalla legge regionale 27 del 1985 e vengono poi ripartite dai Comuni tra trasporto scolastico, refezione e sostegno agli alunni con disabilità. Il problema, sostiene Stumpo, è la disponibilità economica. “Già siamo di fronte a somme esigue”, afferma. Nei sei comuni che fanno capo all’istituto, inoltre, la procedura viene gestita attraverso la scuola. I Comuni trasferiscono la quota destinata alle figure specialistiche e il dirigente deve avviare un’unica procedura di reclutamento, destinando poi le risorse in base agli alunni residenti nei diversi territori.

“È una procedura burocratica che richiede anche circa un mese di tempo”, spiega Stumpo. Il bando è stato emanato nei giorni scorsi, “appena è stato possibile e non abbiamo perso un solo giorno” e scadrà il 4 ottobre. Dal 5-6 ottobre, secondo quanto riferito dal dirigente, potranno essere disponibili le figure specialistiche.

La beffa: per Carol un’ora di assistenza

Ed è qui che il problema diventa concreto. Per Carol il Comune di Zungri ha messo a disposizione circa 3.000 euro. Con quella somma, però, la scuola deve coprire anche altre necessità. “Con questi quattro soldi riesco sì e no ad avere un Oss per un’ora al giorno”, spiega Stumpo. L’operatore socio-sanitario può svolgere alcune attività di assistenza materiale e igienica. Ma non può essere automaticamente chiamato a svolgere mansioni di carattere infermieristico. Ed è questo uno dei punti più delicati del caso Carol. La ragazza necessita anche di alimentazione attraverso Peg, una procedura che richiede competenze specifiche.

“Nel profilo del collaboratore scolastico non rientra questa mansione infermieristica e non rientra nemmeno nell’Oss che andiamo a reclutare”, chiarisce il dirigente. In passato alcune operatrici hanno svolto determinate attività perché formate e disponibili a farlo. “Per un fatto di umanità”, spiega Stumpo. Ma una disponibilità personale non può trasformarsi automaticamente in un obbligo professionale.

Il passaggio dalle elementari alle medie

Il problema si è fatto ancora più evidente con il passaggio della ragazza alla scuola media. Alle elementari Carol frequentava anche la mensa e, durante quell’ora, era possibile organizzare alcune delle operazioni necessarie con la collaborazione dell’Oss e dell’insegnante di sostegno. Ora il tempo scuola è di 30 ore e non prevede la mensa. La necessità di assistenza, quindi, si estende alla mattinata. “La ragazza avrebbe bisogno di un supporto durante la mattinata, un supporto che la mamma di Carol giustamente rivendica ma che noi come scuola non riusciamo a coprire”. La scuola può garantire la parte didattica attraverso l’insegnante di sostegno e, nei limiti delle possibilità, l’assistenza materiale. Ma non può trasformarsi in un servizio sanitario. “Noi riusciamo a coprire la didattica, quindi l’insegnante di sostegno, e un’assistenza in termini di sollevamento e cambio, il collaboratore scolastico nei limiti del possibile”.

Tutto predisposto per l’accoglienza

Stumpo respinge però l’idea che la scuola sia rimasta ferma davanti alle esigenze della ragazza. Racconta che sono stati predisposti gli ambienti, acquistato un lettino specifico e organizzati gli spazi necessari. Il Comune di Zungri, inoltre, avrebbe provveduto all’eliminazione delle barriere architettoniche realizzando una rampa di accesso. “Il 14 settembre, ai nastri di partenza, sia la scuola che l’ente locale hanno organizzato tutto per l’accoglienza della bambina”. È un passaggio che il dirigente considera importante perché, a suo giudizio, il dibattito pubblico rischia di fermarsi soltanto all’ultimo anello della catena. “La rabbia del genitore è comprensibile, perché detto così sembra che sia tutto un fallimento. Ma non è tutto un fallimento. Abbiamo fatto veramente più del dovuto”.

La scuola come unico presidio sociale

C’è poi un altro elemento che il dirigente considera decisivo: la scuola, nel caso della ragazza, è diventata nel tempo anche un presidio sociale per la famiglia. Carol ha 15 anni e frequenta ancora la prima media. Il dirigente spiega che nel corso degli anni sono state utilizzate le possibilità previste dalla normativa per consentirle di rimanere nella scuola e non creare un vuoto nel percorso assistenziale. “La scuola è stata per questa famiglia e per la bambina l’unico presidio sociale”. Una scelta dettata anche dalla realtà del territorio. Zungri è un piccolo comune e non dispone, secondo quanto riferisce il dirigente, di strutture capaci di offrire un percorso successivo alla scuola. “Abbiamo cercato di andare incontro alla famiglia”, dice Stumpo, ricordando che un trasferimento quotidiano verso una scuola superiore avrebbe significato per la madre affrontare ogni giorno spostamenti e nuove difficoltà organizzative. Ma proprio questo porta il dirigente oltre il caso specifico.

“Serve un progetto di vita”

Per Stumpo il problema di Carol non può essere risolto soltanto con qualche ora di assistenza in più. Occorre interrogarsi su ciò che accade dopo la scuola e qui la discussione si apre. “Io farei un ragionamento tout court – dice – per cercare anche di pensare a un progetto di vita di questi alunni, creando sul territorio un centro, qualcosa con delle figure preposte che possa anche dare un senso alla vita, alla giornata di questi ragazzi dopo la scuola”. Il Piano educativo individualizzato, il Pei, non può essere l’unico strumento sul quale costruire il futuro di una persona con una disabilità grave. “Quando parlo di progetto di vita parlo di creare anche nel territorio, attraverso una rete di servizi, una struttura, un qualcosa che possa garantire anche un domani in termini di impegno, attività e senso della giornata della vita di questi alunni”.

È una questione che riguarda le famiglie, ma anche il futuro dei ragazzi quando il percorso scolastico sarà terminato. “La rabbia e la frustrazione di questi genitori nei casi di gravità è che purtroppo non intravedono un futuro per i loro figli”.

Un piano straordinario dello Stato

Alla domanda su cosa servirebbe concretamente per affrontare il caso di Carol, Stumpo non indica una soluzione tampone. La sua richiesta è più ampia: “Un piano straordinario da parte dello Stato per coprire tutti i servizi al 100% degli alunni diversamente abili che frequentano le scuole italiane”. E soprattutto, aggiunge, nei casi di maggiore gravità occorre guardare oltre il cancello della scuola, magari cominciando a scuotere i piani alti della Cittadella Regionale. “Bisogna pensare anche a un progetto di vita che vada oltre il Pei”. Perché il problema di Carol non è soltanto quello di avere un’ora di assistenza in più durante la mattinata. È il limite di un sistema nel quale una scuola può organizzarsi, adattare gli spazi, mettere in campo il personale disponibile e assumersi responsabilità anche oltre il proprio compito. Ma non può sostituire contemporaneamente Comune, servizi sanitari e rete territoriale.

La scuola continuerà a fare miracoli

“La scuola ha fatto i miracoli e continuerà a farli. Però ci richiedono anche delle situazioni che diventano quasi da extraterrestre e noi non possiamo”. Tutto questo è, in fondo, la fotografia che il dirigente Angelo Stumpo consegna alla discussione: la scuola può fare molto, anche più del dovuto. Ma per garantire davvero il diritto all’inclusione, nei casi più complessi, servono competenze, risorse e servizi che vadano ben oltre la scuola.

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