Nautica, la costa tirrenica resta al palo: Vibo Marina perde investimenti e le flotte emigrano in Sicilia

La denuncia rilanciata dalla Gazzetta del Sud mette a nudo le contraddizioni della portualità calabrese. A Vibo Marina circa 300 posti barca restano bloccati, mentre le banchine sono assorbite da altre funzioni. L'architetto Enzo Ricordo: non c'è una visione. Gli imprenditori possono andare a investire altrove

La Calabria ha il mare, una costa che richiama ogni anno migliaia di turisti e imprese nautiche pronte a investire. Eppure, quando si passa dalle potenzialità ai fatti, il sistema si inceppa. Soprattutto lungo il Tirreno, dove la mancanza di strutture adeguate, i ritardi amministrativi e l’assenza di una strategia condivisa impediscono alla nautica da diporto di diventare un vero motore economico. Il risultato è un paradosso: le aziende calabresi partecipano ai saloni nautici per presentare le proprie imbarcazioni, ma non trovano nei porti della loro regione le condizioni necessarie per sviluppare le attività.

A mettere in evidenza questa contraddizione anche la Gazzetta del Sud che, con un articolo nella sua edizione online, rilancia il confronto sulla portualità e sull’immobilismo che, secondo gli operatori del settore, continua a frenare lo sviluppo. Il caso di Vibo Marina è particolarmente significativo, emblematico. Qui esiste uno scalo strategico, affacciato su un tratto di costa che comprende Tropea e la Costa degli Dei, ma una parte importante delle potenzialità turistiche rimane inespressa. I progetti di sviluppo si scontrano con ostacoli burocratici, le banchine devono rispondere a esigenze quasi esclusivamente (o prioritariamente) commerciali e industriali e il porto non riesce ancora a svolgere pienamente il ruolo di porta d’accesso al turismo nautico.

Vibo Marina, il porto che non riesce a esprimere il suo potenziale

Il nodo è concreto: circa 300 posti barca legati ai progetti di sviluppo restano congelati da questioni burocratiche, mentre una parte rilevante degli spazi portuali è destinata alle attività commerciali e industriali. A questo si aggiungono i collegamenti marittimi con le Isole Eolie, effettuati anche da compagnie siciliane convenzionate con la Regione. Sono servizi che svolgono una funzione di trasporto di passeggeri e rispondono a esigenze precise: caricano turisti e portano per le Isole Eolie. Verrebbe da dire che contribuiscono a “svuotare Vibo Marina”, con personale di altre regioni. Il punto non è contestare la presenza dei traghetti, bensì chiedersi perché uno scalo con una posizione geografica così favorevole non riesca a sviluppare parallelamente una portualità turistica capace di attrarre flotte, armatori e operatori del charter.

Vibo Marina si trova a pochi chilometri da Tropea, una delle destinazioni più conosciute della Calabria, e al centro di un comprensorio che comprende località di grande richiamo. Una vicinanza che dovrebbe rappresentare un vantaggio competitivo, favorendo escursioni, noleggio di imbarcazioni, servizi a terra e nuove opportunità per le attività ricettive e commerciali. Eppure, questa integrazione tra porto e territorio non sembra ancora tradursi in una strategia organica. La contraddizione è proprio questa: mentre si cerca di promuovere la Costa degli Dei sui mercati turistici e puntare soprattutto ad allungare la stagione – lo hanno detto a chiare lettere nell’ultima rubrica di “Spazio Pubblico” (che potete trovare sul nostro giornale) il sindaco di Tropea Giovanni Macrì; il sindaco di Pizzo, Sergio Pititto; l’imprenditrice Deborah Valente, vera locomotiva del turismo calabrese e l’assessore al turismo del comune di Briatico Antonello Gagliardi – non si riesce a mettere pienamente a disposizione del diporto una struttura che potrebbe contribuire ad ampliare l’offerta, destagionalizzare i flussi e creare nuove occasioni di lavoro.

Le imprese ci sono, ma devono cercare casa altrove

La questione vibonese si inserisce in un problema più ampio, che riguarda l’intera costa tirrenica calabrese. Le imprese del settore hanno bisogno di posti barca disponibili, servizi efficienti, assistenza tecnica e condizioni logistiche adeguate. Non basta avere un porto: occorre renderlo accessibile e funzionale alle attività commerciali legate alla nautica.

A denunciarlo sono Francesco Bonacci, fondatore della F.B. Charter S.r.l., ed Enzo Ricordo, imprenditore reggino alla guida di Parallelo 38 e consigliere nazionale di Confindustria Nautica. Le loro esperienze raccontano le difficoltà di chi vorrebbe sviluppare il charter in Calabria, ma si trova costretto a fare i conti con strutture inadeguate e ostacoli che rendono difficile programmare gli investimenti. Bonacci richiama in particolare la situazione di Catanzaro Lido, dove, secondo la sua denuncia, pontili inutilizzabili o privi di personale, carenze nei servizi di assistenza, problemi di insabbiamento e aree incomplete impediscono di operare in condizioni adeguate.

“La provincia di Catanzaro è totalmente paralizzata ed esclusa dai grandi circuiti della vela perché non esiste un solo posto barca sicuro, pulito e accessibile da dedicare alle attività fluttuanti di noleggio e locazione”, afferma l’imprenditore. Il quadro mostra come le difficoltà non siano circoscritte a un singolo scalo. Ma proprio per questo Vibo Marina dovrebbe diventare un punto di partenza per ripensare il sistema portuale tirrenico, valorizzando le strutture esistenti e rimuovendo gli ostacoli che impediscono alle imprese di crescere.

Enzo Ricordo: non c’è una visione

È l’architetto Enzo Ricordo a portare al centro del dibattito il problema della mancanza di una strategia complessiva. La sua società ha individuato nel porto turistico di Capo d’Orlando, in Sicilia, la principale base operativa per la propria flotta di catamarani. Una scelta che rende evidente quanto le carenze della portualità calabrese possano incidere direttamente sulle decisioni imprenditoriali.

“Reggio Calabria sconta cronici ritardi che frenano la reale fruibilità diportistica commerciale”, osserva Ricordo. Quanto a Vibo Marina, l’imprenditore riconosce il valore dello scalo, ma ne evidenzia i limiti: “Da un lato è totalmente saturo di imbarcazioni private, escludendo l’insediamento di flotte charter stabili. Dall’altro, sconta una pesante penalizzazione logistica e ambientale nel circondario dello scalo”. Il problema, dunque, non riguarda soltanto il numero degli ormeggi. Conta anche il contesto nel quale il porto è inserito, con aree industriali dismesse (alcune anche dismesse) strutture degradate e servitù energetiche che, secondo Ricordo, rendono meno attrattivo il territorio per una clientela internazionale di fascia alta. La conseguenza è che le imbarcazioni e gli investimenti finiscono altrove. “Questa asfissia e la mancanza di un decoro urbano integrato con i servizi marittimi ci impongono, nostro malgrado, di spostare gli investimenti e le imbarcazioni oltre lo Stretto”, spiega l’architetto.

È qui che la denuncia assume un significato più ampio: “Non c’è una visione”. Non basta avere una costa turisticamente attrattiva, così come non basta disporre di un porto. Occorre una programmazione che colleghi infrastrutture, servizi, imprese e territorio. E soprattutto serve la capacità di decidere quale ruolo assegnare alla nautica nello sviluppo economico regionale.

Capo d’Orlando incassa, la Calabria perde opportunità

Il trasferimento delle flotte verso Capo d’Orlando rappresenta un segnale che la politica calabrese non può ignorare. Quando un’impresa sceglie una base operativa fuori regione, non si sposta soltanto un’imbarcazione: si trasferiscono attività, servizi, spese, manutenzioni e opportunità di lavoro. È un valore economico che potrebbe ricadere sulla costa tirrenica, alimentando un indotto composto da cantieristica, assistenza tecnica, ristorazione, ricettività e servizi turistici. Ma per attirare investimenti privati occorrono condizioni affidabili. I finanziamenti pubblici, da soli, non possono garantire uno sviluppo duraturo se mancano progetti sostenibili e una gestione capace di trasformare le infrastrutture in occasioni di impresa.

Anche per questo la discussione sul porto turistico di Lamezia Terme, rilanciata da Pasquale Natrella, esponente di Forza Italia, si collega a una questione più generale: la necessità di costruire una rete di approdi e servizi lungo la costa calabrese, anziché procedere per interventi isolati e senza una strategia condivisa. Bonacci e Ricordo chiedono alle istituzioni di intervenire sui nodi infrastrutturali e gestionali, riqualificare i servizi e pianificare nuovi approdi. Un appello che riguarda direttamente la Regione e gli enti locali chiamati a decidere il futuro della portualità.

Il mare è una risorsa, ma servono scelte precise

Per Vibo Marina la sfida è particolarmente importante. Il porto potrebbe svolgere una funzione complementare all’offerta turistica di Tropea e della Costa degli Dei, diventando un punto di riferimento per il charter e per un turismo nautico capace di generare ricadute economiche anche fuori dai mesi estivi. Per riuscirci, però, occorre affrontare le questioni che oggi frenano lo sviluppo: sbloccare gli investimenti, chiarire la destinazione degli spazi portuali, migliorare i servizi e integrare lo scalo con il territorio. Non si tratta necessariamente di contrapporre le attività industriali e commerciali al turismo, ma di individuare un equilibrio che consenta al porto di svolgere più funzioni senza sacrificare le opportunità di crescita.

La denuncia rilanciata dalla Gazzetta del Sud pone quindi una questione che va oltre la nautica: quanto può ancora permettersi la Calabria di rinunciare a investimenti e posti di lavoro per ritardi amministrativi, ostacoli della burocrazia e mancanza di programmazione? Mentre gli imprenditori cercano approdi in altre regioni e i giovani continuano a partire in cerca di prospettive, il rischio è che una risorsa naturale straordinaria resti soltanto una promessa. Vibo Marina, con la sua posizione e il suo potenziale, rappresenta l’esempio più eclatante.

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