“Un diniego di giustizia”, una sentenza che sarebbe “un copia e incolla della proposta ministeriale” e la volontà di proseguire la battaglia nelle sedi giudiziarie. Salvatore Solano, ex sindaco di Stefanaconi ed ex presidente della Provincia di Vibo Valentia, reagisce così alla decisione del Tribunale civile di Vibo Valentia che lo ha dichiarato incandidabile per due turni elettorali, accogliendo la richiesta del ministero dell’Interno.
La pronuncia, resa nota ieri, 15 ottobre, arriva a ridosso della scadenza per la presentazione delle liste in vista delle elezioni comunali. Oggi Solano affida la propria ricostruzione della vicenda a una presa di posizione nella quale contesta sia il percorso che ha portato allo scioglimento del Comune per infiltrazioni mafiose (sulla quale c’è stato un verdetto definitivo), sia le motivazioni che hanno condotto alla sua incandidabilità. Una versione che chiama in causa le relazioni prefettizie, le precedenti decisioni della giustizia amministrativa e, soprattutto, la valutazione della sua responsabilità personale.
«Non valutate le nostre difese»
Il punto centrale della contestazione riguarda proprio la sentenza del Tribunale di Vibo. Solano sostiene che i giudici non avrebbero esaminato adeguatamente la documentazione prodotta dalla difesa, né ricostruito correttamente la cronologia degli avvenimenti e delle contestazioni. Da qui l’accusa di una decisione sostanzialmente ricalcata sulla proposta ministeriale, senza un’autonoma e approfondita valutazione degli elementi difensivi. “Ritengo che sia un diniego di giustizia”, afferma l’ex sindaco, che parla di una pronuncia “infondata su tutti gli aspetti, sia giuridici sia fattuali”. Solano annuncia quindi l’intenzione di esercitare tutti gli strumenti di impugnazione disponibili, convinto che la propria posizione non sia stata valutata correttamente.
Nel suo intervento solleva anche una questione relativa ai tempi della decisione. La sentenza è arrivata alla vigilia della presentazione delle liste e, secondo la sua ricostruzione, sarebbe stata sollecitata dall’Avvocatura dello Stato affinché intervenisse prima della scadenza elettorale. Un elemento che Solano interpreta come anomalo e che alimenta i suoi dubbi sulla vicenda. Si tratta, tuttavia, di valutazioni espresse dall’interessato, che non costituiscono di per sé la prova di irregolarità nel procedimento giudiziario.
Lo scioglimento e la commissione d’indagine
Per contestualizzare la decisione, Solano torna al settembre 2023, quando fu nominata la commissione di accesso agli atti nel Comune di Stefanaconi. Secondo la sua ricostruzione, nella fase iniziale dell’attività ispettiva sarebbe emerso un quadro che non individuava particolari criticità nella gestione amministrativa, soprattutto per quanto riguarda gli affidamenti, al di là degli elementi collegati a un procedimento penale che lo riguardava. L’ex sindaco sostiene che, nel corso del successivo iter istruttorio, la valutazione sarebbe progressivamente cambiata, fino alla proposta di scioglimento e al provvedimento adottato nel luglio 2024. A suo giudizio, gli atti sarebbero stati interpretati in maniera difforme rispetto alle risultanze iniziali della commissione di accesso.
Il Comune venne sciolto per infiltrazioni mafiose e il provvedimento è stato successivamente confermato dal Tar e dal Consiglio di Stato, che hanno respinto i ricorsi presentati contro lo scioglimento. È proprio su questo passaggio che Solano insiste, contestando la lettura degli elementi posti alla base delle decisioni amministrative.
Il nodo dei tre elementi contestati
Nel ricostruire le motivazioni che avrebbero sostenuto lo scioglimento, Solano individua tre aspetti: i precedenti legami della criminalità organizzata con il territorio, il procedimento penale che lo ha coinvolto e gli affidamenti diretti effettuati dall’amministrazione comunale.
Sul primo punto, sostiene che non sarebbe stata dimostrata la presenza di un clan operativo sul territorio durante il periodo della sua amministrazione, richiamando vicende criminali risalenti a epoche precedenti. Sul secondo, rivendica gli esiti favorevoli del procedimento penale che lo riguardava, contestando che non sarebbero stati adeguatamente considerati. Sul terzo, richiama la questione delle imprese non ancora aggiornate nelle cosiddette white list, sostenendo che tale circostanza non sarebbe stata valutata alla luce delle indicazioni ministeriali e delle verifiche attribuite agli uffici competenti. Solano afferma che questi elementi avrebbero delineato, al più, una situazione di rischio, senza dimostrare un effettivo condizionamento mafioso dell’amministrazione. È questa la distinzione sulla quale fonda gran parte della propria difesa.
La sua lettura, però, va tenuta distinta da quella contenuta nei provvedimenti giudiziari che hanno confermato lo scioglimento. Il Consiglio di Stato ha ritenuto sussistenti elementi sufficienti a giustificare la misura amministrativa, richiamando anche le valutazioni sui rapporti elettorali e sugli affidamenti. La sentenza di incandidabilità si colloca in un procedimento distinto, nel quale viene esaminata la posizione personale dell’amministratore ai fini della possibilità di candidarsi.
La responsabilità personale e la battaglia giudiziaria
È proprio sulla responsabilità individuale che l’ex sindaco di Stefanaconi concentra la contestazione più netta. A suo avviso, la dichiarazione di incandidabilità avrebbe dovuto fondarsi su una verifica specifica della sua condotta e del suo contributo alle circostanze che hanno determinato lo scioglimento, senza limitarsi a riprendere le valutazioni formulate in precedenza. Salvatore Solano sostiene che questo accertamento non sarebbe stato compiuto in modo adeguato e giudica la decisione un’offesa non soltanto alla propria dignità, ma anche a quella della comunità di Stefanaconi. Una posizione che accompagna con parole molto dure: “Stefanaconi merita verità e giustizia”. Nel suo intervento, Solano afferma inoltre di voler rendere pubblici, nei modi e nei tempi che riterrà opportuni, ulteriori elementi che considera rilevanti per comprendere la vicenda. Non ne anticipa però i contenuti, limitandosi a sostenere che esisterebbero questioni ancora da chiarire.
Il futuro politico resta aperto
La questione giudiziaria si intreccia inevitabilmente con il futuro politico. Solano aveva già manifestato l’intenzione di ricandidarsi a sindaco alle elezioni di novembre. Ora annuncia che la decisione sarà valutata insieme al proprio gruppo, chiamato a scegliere se proseguire con la candidatura oppure fare un passo indietro. L’ex sindaco rivendica la qualità delle persone coinvolte nel progetto politico e la volontà di restituire una prospettiva a una comunità che, a suo giudizio, avrebbe pagato il prezzo dello scioglimento e della gestione commissariale.
La vicenda resta dunque aperta su due piani: quello giudiziario, con la possibilità di impugnare la sentenza di primo grado, e quello politico, con una candidatura che dovrà confrontarsi con gli effetti del provvedimento e con le scelte del gruppo che sostiene Solano. Al centro rimane la distinzione tra le ragioni che hanno portato allo scioglimento del Comune e l’accertamento della responsabilità personale richiesta per dichiarare un amministratore incandidabile.



