Non è un insediamento di rito. Non lo è per i toni, non lo è per il contesto e, tantomeno, per le parole scelte. Abigail Mellace entra alla guida del Tribunale di Vibo Valentia con un discorso che ha poco di celebrativo e molto di programmatico. Emozione dichiarata, certo, ma subito accompagnata da una linea netta: “Qui non si tratta di amministrare l’esistente, ma di rimettere in piedi un presidio essenziale dello Stato”. Davanti ai vertici della magistratura distrettuale e alle istituzioni civili e militari, la nuova presidente smonta una definizione che pesa da anni: quella di “tribunale minore”. Per Mellace, Vibo è tutt’altro. “È un punto nevralgico, un luogo dove la giustizia ha un valore che travalica i confini locali. Il problema, semmai, è che a questa centralità non è mai corrisposta una dotazione adeguata”.
Le parole la forza della denuncia
Le criticità scorrono nel suo intervento senza filtri e pronunciato davanti alla presidente della Corte d’Appello, Concettina Epifanio, del procuratore generale Giuseppe Lucantonio e di colleghi magistrati arrivati da tutte le sedi del Distretto. “Organici insufficienti, carichi di lavoro enormi, personale che cambia continuamente, strutture inadeguate”. Non dettagli tecnici, ma elementi che incidono direttamente sulla qualità e sui tempi delle decisioni. In un territorio dove la pressione giudiziaria è alta, queste carenze diventano un limite sistemico. Eppure la presidente Mellace non si ferma alla diagnosi. Il passaggio più incisivo arriva quando parla di “fame di giustizia”. Perché “non è una formula retorica, ma una chiave di lettura: una domanda diffusa, concreta, che lei dice di conoscere bene fin dagli inizi della sua carriera. È lì che piazza la sua promessa: quella domanda non resterà senza risposta£.
Non basta però rispondere. Bisogna farlo bene e in tempi credibili. La presidente insiste su un punto che nel dibattito pubblico spesso resta sullo sfondo: la qualità della giurisdizione. Decisioni efficaci, autorevoli, capaci di reggere e di essere comprese. Perché la fiducia si costruisce così, non con i proclami.
Vibo , eccellenza del Distretto
A questo si lega il progetto che la nuova presidente del Tribunale mette sul tavolo senza giri di parole: restituire prestigio al Tribunale di Vibo Valentia e trasformarlo in un’eccellenza del distretto. Un obiettivo ambizioso, soprattutto alla luce delle condizioni di partenza. Ma è proprio su questo scarto tra realtà e visione che si misura la portata del suo mandato. Il tribunale, nella sua idea, “non è solo un ufficio che celebra processi. È un presidio di legalità a cui i cittadini devono potersi rivolgere con fiducia. Un luogo dove chi subisce un’ingiustizia trova una risposta concreta, dove chi viola le regole sa che incontrerà una reazione certa. Giustizia civile e penale, insieme, come garanzia di libertà: dalla paura, dalle pressioni, dall’oppressione criminale”.
Messaggio ai livelli alti dello Stato
Nel suo discorso c’è anche un messaggio rivolto, senza essere esplicitato fino in fondo, ai livelli centrali dello Stato. Perché senza risorse adeguate, senza stabilità negli organici, senza strutture all’altezza, ogni progetto rischia di rimanere incompiuto. Mellace non alza i toni, ma il senso è chiaro: questo tribunale va messo nelle condizioni di funzionare davvero. Intanto, fuori dalle aule, qualcosa si muove. La presidente richiama il lavoro delle procure e delle forze dell’ordine e coglie un segnale: una comunità che lentamente prova a reagire, a sottrarsi alle dinamiche criminali. È su questo terreno che la giustizia deve fare la sua parte, rafforzando quella fiducia che per troppo tempo è stata fragile.
L’inizio è segnato. Le parole sono state pronunciate senza ambiguità. Ora resta la prova più difficile: tradurre una visione alta in risultati concreti, dentro un sistema che da anni convive con le stesse debolezze. A Vibo, più che altrove, sarà questo a fare la differenza.


