“Centomila euro al mese alla cosca Piromalli”: l’accusa della Dda sui lavori dell’A2. Nel mirino i presunti patti tra imprese e clan

L'inchiesta "Res Tauro" ricostruisce un presunto sistema di pagamenti alla cosca Piromalli legato ai lavori sull'ex A3. Le intercettazioni sono al centro dell'informativa del Ros dei Carabinieri
autostrada a2

Centomila euro al mese, “minimo minimo”. È questa la cifra che, secondo la ricostruzione contenuta nell’informativa del Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri e depositata agli atti dell’inchiesta “Res Tauro”, sarebbe stata versata per anni dall’imprenditore Alfredo Furfaro, soprannominato “il filosofo”, ai vertici della cosca Piromalli di Gioia Tauro per garantirsi la possibilità di operare sul mercato senza interferenze.

La vicenda emerge dall’indagine coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, guidata dal procuratore Giuseppe Borrelli e dall’aggiunto Stefano Musolino, ed è stata ricostruita dal Corriere della Calabria in un articolo firmato da Paola Surace.

Le intercettazioni e il riferimento ai cantieri autostrdali

A sostenere l’impianto accusatorio sono alcune conversazioni intercettate il 9 marzo 2022 all’interno di una Fiat Panda intestata ad Antonio Zito. Nel dialogo con Giuseppe Piromalli, detto “Facciazza”, storico capo della cosca tornato in libertà nel 2021 dopo oltre vent’anni di carcere, vengono richiamati i presunti rapporti tra Furfaro e i vertici dell’organizzazione mafiosa. Secondo quanto emerge dalle intercettazioni, i pagamenti sarebbero stati alimentati dalle commesse relative ai lavori di ammodernamento dell’ex autostrada Salerno-Reggio Calabria, oggi A2, nel tratto compreso tra Gioia Tauro, Palmi e Bagnara Calabra. Nella conversazione Zito sostiene che l’imprenditore avrebbe corrisposto «almeno centomila euro al mese», indicando proprio nei grandi cantieri autostradali la fonte delle risorse economiche.

Il ritorno di “Facciazza” e gli equilibri della cosca

Le conversazioni non riguardano soltanto il presunto flusso di denaro. Gli investigatori vi leggono anche il racconto del ritorno al comando di Giuseppe Piromalli e delle tensioni maturate durante la sua lunga detenzione. Secondo l’accusa, il boss attribuisce la posizione di forza dell’imprenditore alla protezione assicurata dai principali vertici della cosca, circostanza che gli avrebbe consentito di respingere anche richieste estorsive avanzate da altri appartenenti alla famiglia mafiosa. Nei dialoghi emerge inoltre il malcontento del patriarca nei confronti dei propri familiari, accusati di aver gestito affari e rapporti di potere senza rispettare gli equilibri storici dell’organizzazione.

La ricostruzione dei magistrati della Dda

Per la Direzione distrettuale antimafia, l’insieme delle intercettazioni contribuirebbe a delineare un presunto sistema consolidato nel tempo, attraverso il quale la cosca Piromalli avrebbe tratto ingenti profitti dai grandi appalti pubblici della Piana di Gioia Tauro, mantenendo il controllo del territorio e dei rapporti economici anche durante la detenzione del proprio storico vertice.

Le contestazioni rappresentano l’ipotesi accusatoria formulata dalla Dda e saranno oggetto del vaglio processuale, nel pieno rispetto del principio di presunzione di innocenza fino a eventuale sentenza definitiva.

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