Dalla statua della libertà di New York alla beata vergine di Porto Salvo di Lampedusa

Come agli inizi del Novecento tanta gente disperata veniva accolta a braccia aperte dalla stata della Libertà oggi la vergine di Porto Salvo tende le sue braccia a disperati che scappano dalle guerre e dalla fame

All’inizio del Novecento tanta gente disperata dal porto di Napoli, Messina e Genova si imbarca verso le terre d’America, verso un altrove della speranza, lontano dalla fame e dalle guerre che avevano portato in tutta Europa morte e desolazione. Durante il lungo viaggio questa gente portò con sé solo le proprie braccia e qualche immaginetta a cui affidare le proprie preghiere. Si parte con imbarcazioni spesso inadeguate. Gli armatori vogliono che vengano riempiti tutti gli spazi della nave, come si dovesse immagazzinare merce senza valore. Come racconta la cronaca del tempo su un piroscafo verso il Brasile morirono 27 persone per asfissia, altri moriranno per mancanza di viveri ed altri ancora giungeranno stremati sull’isola di Ellis Island (l’isola delle lacrime) in condizioni igieniche pietose.

Dopo 20/30 giorni di navigazione, lo sguardo di migliaia di persone si incrocia con quello della Statua della Libertà, che con le sue braccia lunghe 14 metri, troneggia sull’isola, e accoglie sotto il suo Schutzmantelmadonna (manto della misericordia) questa mandria di uomini: give me your tired, your poor, your hundled masses yearing to breathe free, the wreched refuse  of your teaming shore send these, the homless tempest los, send to me. I lift my lamp beside the golden door (venite a me popoli stanchi, poveri, rifiuti disperati dalle vostre spiagge affollate, mandate a me i senza tetto, sconvolti dalla tempesta, io innalzo la mia luce accanto alle porte dorate).

Dopo 20/30 giorni di navigazione, lo sguardo di migliaia di persone si incrocia con quello della Statua della Libertà, che con le sue braccia lunghe 14 metri, troneggia sull’isola, e accoglie sotto il suo Schutzmantelmadonna (manto della misericordia) questa mandria di uomini: give me your tired, your poor, your hundled masses yearing to breathe free, the wreched refuse  of your teaming shore send these, the homless tempest los, send to me. I lift my lamp beside the golden door (venite a me popoli stanchi, poveri, rifiuti disperati dalle vostre spiagge affollate, mandate a me i senza tetto, sconvolti dalla tempesta, io innalzo la mia luce accanto alle porte dorate).

Sull’isolotto di Ellis island a partire dal 1897, ogni giorno giungevano migliaia di disperati dall’Europa e in particolare dal sud Italia, che diedero corso ad una vera e propria rivoluzione di carattere etnico. Su questo spazio geografico americano, nella storia Great Hall, in milioni aspettavano sotto lo sguardo protettivo della statua/Madonna, di passare la visita medica prima di toccare il suolo d’America e diventare parte di essa. Molti venivano rispediti indietro come merce scaduta o avariata in quanto ammalati di cuore, o per difetti fisici o per riscontrate malattie infettive. Giunti sul suolo d’America, questa marea di persone si accontentò dapprincipio di vivere in condizioni estremamente misere, pur di essere adottati nella nuova patria e con quanto guadagnato potere riscattare i familiari rimasti al paese. Dalla gente americana, i calabresi, in particolare, venivano accusati di essere  scabs, slaves and dagos (crumiri, schiavi e delinquenti), perché accettavano i lavori più umili e senza tenere conto delle ore lavorative imposte loro dal nuovo boss. Questa gente giunta in America da ogni parte d’Europa, con la loro operosità contribuì allo sviluppo  della civiltà di quei grandi paesi oltreoceano.

La statua della Madonna di Porto Salvo

Oggi, un’altra Madonna è pronta a tendere le sue braccia misericordiose a tanta miseria e povertà, che giunge nelle terre d’Europa da quei paesi della negritude, con imbarcazioni di fortuna, pagando all’usuraio i risparmi di una vita e con l’aggiunta anche di qualche prestito da parte di quanti rimangono nei loro villaggi a scontare il debito e fare fuggire figli, mariti e mogli verso un altrove della speranza, lontano dalle bombe, da assassini senza controllo, dalla fame e da una condizione di sopravvivenza. Una disperazione che svuota l’anima e il cuore, e dalle profondità del Mediterraneo la Vergine da loro l’accesso attraverso Lampedusa, la porta d’Europa. Storie che si incrociano e si ripetono nelle sue dinamiche sociali, culturali ed economiche. Il santuario in superfice della Madonna di Porto Salvo ha  origini antichissime (nel nome è racchiusa tutta la dimensione salvifica di chi tocca questo suolo, come nel termine “libertà” per la statua Ellis island).  La struttura era già nota come  luogo di culto sia per i cristiani che per gli arabi che arrivavano sulla piccola isola per una breve sosta dal viaggio. La tradizione racconta di un monaco eremita, il quale a seconda della bandiera issata dalle imbarcazioni, viste in lontananza, allestiva il luogo di culto, musulmano o cristiano. Di qui il detto palermitano “si furbu comu u monacu di Lampidusa”.

Di generazione in generazione, dal 22 Settembre 1843, data a cui viene fatta risalire la genesi della comunità isolana, si è tramandata la festa della Patrona dell’isola. Il Simulacro della Madonna viene accompagnato processionalmente in Chiesa Madre la prima domenica del mese di Settembre e riportato al Santuario il 23 dello stesso mese dopo aver percorso le vie dell’isola il giorno della festa.

 Su questa terra isolana, il 29 Giugno 2008, fu eretto un monumento eretto in memoria dei migranti morti e dispersi in mare, denominata “Porta di Lampedusa, Porta d’Europa”.  Si tratta di una porta in ceramica refrattaria di quasi cinque metri di altezza e tre di larghezza, realizzata dall’artista Mimmo Paladino e promossa dall’associazione  “Amani”, (Arnoldo Mosca Mondadori, Alternativa Giovani Onlus) e la Comunità di Koinonia. Il significato di quest’opera è quello di consegnare alla memoria quest’ultimo ventennio in cui si è stati testimoni di migliaia di migranti morti in mare, in modo disumano, nel tentativo di raggiungere l’Europa vista dall’Orienta come la terra della libertà e delle opportunità, della civiltà e della democrazia, dello sviluppo e della crescita possibile.

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