Nel 2025 la Calabria supera di nuovo la soglia dei 300 milioni di euro per le cure ottenute fuori regione. È il costo dell’emigrazione sanitaria, un fenomeno strutturale che continua a drenare risorse pubbliche e a spingere migliaia di cittadini verso gli ospedali del Centro-Nord per ricoveri, esami e terapie. Le principali destinazioni restano Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana e Lazio. Regioni che accolgono i pazienti calabresi e presentano il conto, alimentando un flusso finanziario ormai consolidato. Un sistema che penalizza il Sud e rafforza i bilanci sanitari delle regioni più attrezzate.
Flussi consolidati da anni
Flussi consolidati da anni
Le rotte della mobilità passiva non cambiano da anni. I dati, oggi sottoposti a verifiche più rigorose dopo le distorsioni del passato, confermano un quadro di sostanziale immobilismo. La Calabria resta ai margini dell’offerta sanitaria avanzata, con una rete ospedaliera incapace di rispondere in modo adeguato alla domanda di cure. Un deficit che non riguarda solo la Calabria, ma che qui assume dimensioni particolarmente gravi, aggravate da una lunga stagione di commissariamenti e da un sistema uscito profondamente indebolito dal dissesto finanziario.
Liste d’attesa e tempi lunghi
Alla base della fuga dei pazienti ci sono soprattutto le liste d’attesa. Tempi lunghi, prestazioni rinviate, percorsi diagnostici frammentati spingono i cittadini a cercare risposte altrove. L’emigrazione sanitaria diventa così una scelta obbligata, non un’opzione. Ogni rinvio, ogni carenza organizzativa si traduce in un ricovero fuori regione e in una nuova voce di spesa per il bilancio calabrese.
La spesa in crescita
La sanità è uno dei dossier centrali dell’azione politica regionale. Il presidente Roberto Occhiuto, che ricopre anche il ruolo di commissario, ha indicato il rilancio del sistema sanitario come priorità assoluta. Ma i numeri del 2025 raccontano una realtà diversa: la spesa cresce, i flussi non si riducono, la dipendenza dal Nord resta intatta. Finché l’emigrazione sanitaria continuerà a superare i 300 milioni di euro l’anno, la sanità calabrese resterà commissariata di fatto dai suoi stessi cittadini, costretti a curarsi lontano da casa.


