I luoghi inaccessibili del Castello svevo-normanno, straordinaria apertura al pubblico

Per la prima volta, resa accessibile per pochi minuti la scala medievale a chiocciola della Torre Nord

Svevo sì, ma “normanno”? Quello che pensavamo di sapere sul castello di Vibo Valentia, fino a pochi anni fa, sta lasciando il posto a nuove considerazioni e nuove intuizioni, tali da riscrivere le pagine di Storia sul maniero che identifica per eccellenza la nostra città.

Secondo le cronache medievali, il conte Ruggero il Normanno sarebbe giunto nell’allora Vibona decidendo di accamparsi su quella collina dove fece costruire una torre fortificata, a tutt’oggi in piedi e inglobata nell’edificio. Nonostante tale convinzione permanga a rimanere scolpita nella popolazione, vi è un documento in grado di smentirla.

Secondo le cronache medievali, il conte Ruggero il Normanno sarebbe giunto nell’allora Vibona decidendo di accamparsi su quella collina dove fece costruire una torre fortificata, a tutt’oggi in piedi e inglobata nell’edificio. Nonostante tale convinzione permanga a rimanere scolpita nella popolazione, vi è un documento in grado di smentirla.

Goffredo Malaterra, narratore ufficiale della conquista a opera del conte, afferma che questi si sarebbe accampato sull’altura soltanto e semplicemente con delle tende. Niente torri. Il punto è in effetti significativamente strategico: la quasi del tutto distrutta Vibona si trovava all’inizio dell’Altopiano del Poro che degrada verso il mar Tirreno, costituiva un accesso privilegiato alla Valle del Mesima e alla Piana di Sant’Eufemia, era centro nevralgico di strade che raggiungevano i territori di maggior interesse sul mar Ionio.

Lo stazionamento dalle nostre parti durò poco, Ruggero si ritirò presto nell’interno dell’agro per fondare la propria capitale Mileto e a nulla sarebbe servita una struttura difensiva vibonese. Le tecniche costruttive normanne sono peraltro distinguibili da quelle sveve: mancando torri quadrate ed essendoci blocchi di pietra squadrati regolari, di certo fu Federico II a inaugurarne interamente l’erezione. Un sovrano non a caso abituato a rifondare città antiche; l’abbazia miletese della Santissima Trinità ci aveva nel frattempo infeudato e lo stupor mundi voleva impossessarsi di un borgo così attraente.

Tutti i chiarimenti sono avvenuti domenica 16 giugno al Museo Archeologico Nazionale di Vibo Valentia, grazie a una conferenza dell’archeologo locale Manuel Zinnà intitolata ‘Terram Montisleonis de novo costruxit. Federico II di Svevia e la fondazione di Monteleone’.

L’evento – patrocinato dalla Direzione regionale Musei Calabria e dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Reggio Calabria e la provincia di Vibo Valentia – si è inserito nelle Giornate Europee dell’Archeologia, l’iniziativa del Ministero della Cultura francese organizzata dall’Istituto nazionale delle ricerche archeologiche preventive, promosse in Italia dalla Direzione generale Musei.

L’età angioina vide un ampliamento della fortezza, cui si conferì un aspetto simile a quello attuale. Nei secoli a venire si alternarono ristrutturazioni e restauri vari, come le modificazioni nell’impostazione degli ambienti interni a opera dei duchi Pignatelli, usurpatori di Monteleone. Nei suoi immediati pressi, anticamente, dovevano inoltre passare le imponenti mura greche, spoliate a beneficio del castello stesso.

Lo studioso non si è limitato a mostrare e discutere fonti e mappe, ma ha accompagnato il pubblico in una visita guidata lungo tutte le sale del museo, che per l’occasione e per la prima volta ha concesso l’apertura della scala medievale a chiocciola sita nella Torre Nord. Pochi gradini per gustare, in cima al percorso, una vista mozzafiato che quasi nessuno ha mai potuto apprezzare, se non chi è addetto ai lavori.

Il gruppo di astanti era composto non solo di appassionate e appassionati: si sono distinte personalità molto competenti nella conoscenza del passato vibonese, le quali hanno arricchito la presentazione con interventi di approfondimento. Ammirare dal vivo ciò che si studia, toccandolo sensibilmente con mano, fa entrare nel novero dell’esperienza quanto rischierebbe di restare sfuggente nozione astratta.

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