Inquinamento, undici indagati. Tra loro anche un dirigente regionale

Al centro dell'inchiesta anche l'imprenditore Eugenio Guarascio. L'azienda continua ad operare sotto il controllo dell'autorità giudiziaria

Ci sono anche l’imprenditore lametino e patron del Cosenza Calcio Eugenio Guarascio e sua sorella Ortenzia tra gli indagati nell’inchiesta coordinata dalla Procura della Repubblica di Vibo Valentia che ruota su un’ipotesi di inquinamento ambientale. Secondo le indagini condotte sul campo dai carabinieri del Nucleo operativo di Serra San Bruno e quelli del Nipaaf dei carabinieri forestali di Vibo Valentia tonnellate di prodotto, qualificato come fertilizzante, ma costituito in realtà da rifiuto sarebbero stati smaltiti illecitamente su terreni agricoli nelle province di Vibo Valentia, Catanzaro e Reggio Calabria.

Le persone coinvolte

Le persone coinvolte

Altri indagati l’ex dirigente del settore Ambiente della Regione Calabria Gianfranco Comito di Vibo Valentia; Maria Carmela Amato di Cosenza; Giuseppe Antonio Caruso di Lamezia Terme; Francesco Currado di Curinga; Rosario Fruci di Lamezia Terme; Alessandro Giardiello di Castrolibero; Vincenzo De Matteis di San Fili; Franco Dario Giuliano di Ricadi e Nicola Anselmo Ociello di Vibo Valentia.

Le contestazioni

Al centro dell’attività investigativa il ciclo di trasformazione dei rifiuti effettuato all’interno di un impianto di recupero del Vibonese. L’attività investigativa, già tra il marzo e il novembre del 2021, attraverso intercettazioni, campionamenti e controlli, aveva portato alla denuncia di 11 persone e alla segnalazione di tre società per responsabilità penali ed amministrative. L’azienda oggetto di indagine è l’Eco Call Spa, ubicata nell’entroterra vibonese (territorio di Vazzano) e operante nel settore del recupero dei rifiuti organici provenienti dalla raccolta differenziata.

Secondo quanto emerge dalle indagini dei carabinieri, avrebbe dovuto produrre ammendante compostato misto ma non rispettando di fatto la procedura prevista all’interno dell’autorizzazione integrata ambientale, avrebbe generato un prodotto che non aveva perso la qualifica di rifiuto, contente plastiche, vetri e metalli, anche pesanti come il cromo esavalente andando ad inquinare irrimediabilmente i terreni agricoli dove il presunto fertilizzante veniva sparso. Il procedimento produttivo, inoltre, sarebbe stato effettuato all’interno di capannoni, i cui portelloni sarebbero dovuti restare chiusi mentre di fatto l’attività veniva svolta mantenendoli aperti e non consentendo il corretto utilizzo dei filtri. Così si determinava l’inquinamento dell’aria a causa delle polveri e delle emissioni immesse in atmosfera. L’azienda continua ad operare sotto il controllo dell’autorità giudiziaria.

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