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La giustizia sotto accusa: a Vibo esplode il caso sicurezza e organici

All’insediamento della presidente Mellace, magistratura all’attacco: denunce dirette su carenze, scoperture e assenza dello Stato nelle aule

Una cerimonia che sarà ricordata soprattutto per lo scontro istituzionale, con il sorriso stampato in volto ma, durissimo nei contenuti. All’insediamento della nuova presidente del Tribunale di Vibo Valentia, Abigail Mellace, la magistratura alza la voce e punta il dito senza più filtri contro governo e apparati dello Stato. Sul tavolo finiscono due temi esplosivi: carenze strutturali croniche e sicurezza nei palazzi di giustizia. E i toni, soprattutto quelli della presidente della Corte d’Appello di Catanzaro, Concettina Epifanio, e del procuratore generale Giuseppe Lucantonio, sono tutt’altro che diplomatici.

“Un grido di dolore”: l’affondo della Corte d’Appello

È Epifanio ad aprire il fronte. Nel suo intervento anche una denuncia diretta, rivolta frontalmente alla sottosegretaria all’Interno Wanda Ferro. “Si alza ancora una volta un grido di dolore e un grido di aiuto”, scandisce. Parole pesanti, che fotografano un sistema giudiziario al limite. Il distretto di Catanzaro – ricorda – è tra i più grandi d’Italia, con sette tribunali, ma con numeri “assolutamente non adeguati a reggere il carico di lavoro”. Il caso di Vibo diventa emblematico: “Con quattro giudici ha affrontato il processo di criminalità organizzata più importante degli ultimi anni”. Chiaro il riferimento al maxiprocesso rinascita Scott.

Non è un dettaglio. È una denuncia precisa: pochi magistrati, spesso giovani e alla prima esperienza, chiamati a reggere procedimenti enormi. “Una fatica molto più grande di loro”, portata avanti “con sacrifici enormi”. Poi il passaggio più politico: “Noi i sacrifici li facciamo, ma vogliamo carichi di lavoro entro i limiti dell’esigibilità”. Tradotto: così non si può andare avanti. Epifanio guarda direttamente al governo: “Lei queste cose le sa… ma gliele voglio ricordare”. Un richiamo netto, che suona come un sollecito, ma anche come un avvertimento.

Sicurezza nei tribunali, l’ultimatum del procuratore

Se Epifanio denuncia, Lucantonio affonda. Il procuratore generale rompe ogni schema e porta il confronto su un terreno ancora più delicato: la sicurezza nelle aule di giustizia. La sua è una requisitoria pubblica. “Non è ammissibile”, dice, riferendosi all’assenza di presidi stabili delle forze dell’ordine nei tribunali. E aggiunge un dato che pesa: in molti uffici giudiziari del distretto non c’è una presenza strutturata dei carabinieri. Poi l’attacco diventa ultimativo: “Se questo non sarà fatto nel giro di una settimana, mi farò una passeggiata a Roma”. Non è una battuta…

Lucantonio richiama la legge: la sicurezza nelle aule è prevista, non è facoltativa. “Non osservarla significa commettere una condotta che potrebbe avere rilievo penale”. Parole durissime, che trasformano una carenza organizzativa in un possibile illecito. E il messaggio è chiaro: la responsabilità non è più rinviabile. A rincarare la dose, l’argomento della percezione: “L’uniforme dà sicurezza ai cittadini”. In territori esposti a processi di criminalità organizzata, l’assenza dello Stato nei tribunali diventa un segnale pericoloso.

Il clima: tensione e conti aperti

Tra le righe, ma neanche troppo, emerge un retrogusto politico. Lo stesso procuratore accenna al clima post-referendario, lasciando intendere divisioni e tensioni irrisolte. È il segno di un malessere che va oltre il singolo tribunale: un rapporto logorato tra magistratura e livelli decisionali. Le parole pronunciate a Vibo sembrano “sassolini nella scarpa” tolti pubblicamente, senza più mediazioni.

Le risposte: apertura, ma nessuna replica nel merito

Dal lato istituzionale, la reazione è prudente. La sottosegretaria Wanda Ferro riconosce le difficoltà, parla di “impegno” e richiama le emergenze che hanno rallentato gli interventi. Nessuna replica diretta alle accuse. Sulla stessa linea il prefetto Anna Aurora Colosimo, che punta sul lavoro di squadra tra istituzioni e sulla necessità di “ascolto” di un territorio fragile ma in crescita. Parole concilianti, che però non entrano nel merito delle contestazioni più dure: organici e sicurezza restano senza una risposta concreta. Mentre il procuratore Camillo Falvo nel suo intervento ha provato ha stemperare le tensioni: “Sempre avuto i giudici che abbiamo chiesto nei momenti di difficoltà, e le forze dell’ordine hanno sempre garantito sicurezza”

In coda, gli apprezzamenti

Per Abigail Mellace, solo due note, rapide ma nette. Epifanio la definisce “una presidente a tutto tondo”. Lucantonio la descrive come “un esempio di giudice, senza paura di assolvere”. Poi il resto lo ha coperto il rumore dello scontro. A Vibo Valentia non è andata in scena solo un’insediamento. È emersa una frattura. E, soprattutto, una richiesta non più rinviabile: riportare lo Stato dentro i suoi stessi palazzi di giustizia.

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