Mormile e la nostalgia del centralismo: la vecchia Catanzaro che non si rassegna all’autonomia degli altri

Le dichiarazioni rilasciate sanno di restaurazione. Vibo tace, Catanzaro rivendica. Ma tra feudi politici locali, riforma Delrio e lo stato di abbandono delle Serre, la fuga non è un capriccio: è una richiesta di ascolto

Quando Amedeo Mormile parla della “tripartizione infelice” che ha generato Vibo Valentia e Crotone, si ha la sensazione di essere finiti in un vecchio disco in vinile che Catanzaro non ha mai smesso di far girare: quello in cui il capoluogo dettava la linea e tutto il resto annuiva. Nelle parole affidate a Luana Costa, de Il Vibonese, il concetto è limpido: quelle province non dovevano nascere!

L’autonomia di Vibo e Crotone

Ma la storia è un po’ diversa: Vibo e Crotone vollero l’autonomia perché la “provincia madre” non era affettuosa né inclusiva. Era un centro di potere che lasciava le periferie a se stesse. E questo Mormile preferisce non ricordarlo. Ora, prima di farne una battaglia di principio, occorre dirsi anche l’altra verità, quella che brucia: la politica vibonese ha devastato una parte del proprio capitale di autonomia. Feudi politici, uffici di collocamento mascherati da enti pubblici, un sistema di potere che ha spesso privilegiato fedelissimi e comitati di amici. E come se non bastasse, la famigerata riforma Delrio – svuotando le Province senza dare alternative – ha completato l’opera, lasciando territori fragili ancora più fragili.

La ribellione ha radici profonde

Ma qui arriva il punto cruciale, quello che Mormile ignora e che nel dibattito vibonese nessuno sembra avere il coraggio di dire: la ribellione che oggi parte dalle Serre non c’entra nulla con il ritorno a Catanzaro. Nasce da anni di abbandono, di ritardi, di promesse scadute, di servizi essenziali mancanti. E le responsabilità non sono solo della Provincia di Vibo Valentia. È una protesta che viene dalla pancia dei territori, dove la gente non chiede simboli, ma asfaltature, sanità, strade, scuole funzionanti. Ed è una protesta legittima, che va ascoltata, compresa, rispettata – non strumentalizzata e nemmeno trasformata in una bandiera identitaria da sventolare all’occorrenza.

Nessuno dice: viva Catanzaro

Se Serra e altri comuni sollevano il tema, non stanno dicendo “viva Catanzaro”: stanno dicendo “così non possiamo andare avanti”. E questa richiesta merita risposte vere, non nostalgie centraliste. Però – ed è qui che la politica vibonese sbaglia di più – il silenzio non è una risposta. Non è dignitoso. Non è strategico. E soprattutto, non è utile ai cittadini. Si può criticare la gestione vibonese, si può denunciare l’effetto devastante della Delrio, si possono ammettere colpe politiche chiare come il sole. Ma non si torna indietro. Non si ricostruisce il vecchio impero catanzarese. Non si smonta l’autonomia conquistata perché qualcuno non l’ha saputa far funzionare. Se oggi le Serre gridano, dobbiamo ascoltare. Se Catanzaro rivendica, dobbiamo rispondere. E se Vibo tace… beh, allora diamo un calcio in culo a questi politici.

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