Ci sono boss che escono dal carcere piegati dagli anni e dal regime duro. E poi ce ne sono altri che ne parlano come di una prova superata a testa alta, quasi con fierezza. Pino Piromalli appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Le intercettazioni realizzate dai carabinieri nella sua abitazione di Gioia Tauro, dopo il ritorno in libertà nel 2021, restituiscono l’immagine intatta di uno dei padrini più temuti e rispettati della ’ndrangheta. Dialoghi finiti nell’inchiesta della Dda di Reggio Calabria denominata Res-Tauro e in parte confluiti anche nel processo d’appello bis di ’Ndrangheta stragista.
A raccontare questi retroscena, per molti versi inediti nelle cronache giudiziarie, è l’articolo a firma di Francesco Altomonte, pubblicato stamane sulla Gazzetta del Sud. Un viaggio crudo dentro la mentalità di un capobastone che, neppure dopo decenni di reclusione, sembra aver perso il senso del comando.
“Al quarantuno mi sentivo un leone”
Seduto in un terreno di sua proprietà, Piromalli rievoca la lunga stagione dietro le sbarre come se stesse parlando di una battaglia affrontata con orgoglio. Diciassette anni trascorsi in area riservata, l’isolamento, i controlli continui, la solitudine. Eppure, nelle sue parole, il 41 bis non appare come una punizione, ma come una sfida vinta. “Ho fatto sei anni… e sono stato bene al quarantuno”, racconta ai suoi interlocutori, sottolineando come un vero boss debba saper reggere anche il carcere duro senza cedere, a differenza dei collaboratori di giustizia di Gioia Tauro che lui liquida con disprezzo. Un passaggio che rivela non solo l’orgoglio criminale, ma anche il codice d’onore distorto che ancora governa l’universo mafioso: resistere allo Stato come prova di forza e di legittimazione.
Scontri e minacce alla Polizia penitenziaria
Ma il racconto di Piromalli va oltre la semplice resistenza. Nelle intercettazioni emergono episodi di aperto conflitto con gli agenti della Polizia penitenziaria, affrontati -a suo dire – con arroganza e intimidazioni. Rievoca l’arrivo di un ispettore che voleva spostarlo di reparto, accostandolo a detenuti di Cosa nostra. Una proposta che Piromalli respinge con insulti e minacce, arrivando a promettere ritorsioni e costringendo, secondo il suo racconto, l’ufficiale ad allontanarsi e a redigere un rapporto disciplinare. Un episodio che si conclude con quindici giorni di isolamento, ma che per il boss sembra rappresentare l’ennesima dimostrazione di forza.
“Quando esco vi sparo in testa”
Ancora più inquietante è un altro passaggio, in cui Piromalli parla di un agente calabrese con cui avrebbe avuto un duro scontro verbale. Anche qui il tono è quello della minaccia esplicita: promette di “spezzarlo sotto la porta” e di scaricare nove colpi di pistola su di lui e sulla direttrice del carcere una volta tornato libero. Parole che raccontano un clima di tensione costante e un rapporto con l’autorità vissuto come sfida personale, non come sottomissione alle regole dello Stato.
La gerarchia del carcere secondo il boss
Nelle conversazioni emerge anche il disprezzo per i detenuti comuni, definiti senza mezzi termini “marciume”. Per Piromalli, la vera dimensione degna di un uomo d’onore resta l’Alta Sicurezza, dove – a suo dire – si incontrano “persone serie”. Una visione che conferma come il carcere, per i grandi boss, non sia solo punizione ma anche luogo di relazioni, riconoscimenti e continuità del potere criminale. Le rivelazioni riportate da Francesco Altomonte aprono uno squarcio impressionante sulla mentalità di uno dei padrini storici della ’ndrangheta: un uomo che racconta il 41 bis non come sconfitta, ma come medaglia al valore mafioso.
La grande sfida dietro le sbarre
Parole che pesano come macigni e che ricordano quanto la sfida delle organizzazioni criminali allo Stato non si giochi solo fuori, nelle piazze e negli affari, ma anche dietro le sbarre, dove il prestigio del boss continua a vivere, alimentato dal mito della resistenza e dell’intimidazione permanente. Un potere che, almeno nelle intenzioni di Piromalli, nemmeno ventidue anni di carcere sono riusciti a scalfire.


